Scene campestri nelle fotografie di Nicolò Scafidi

di NOSRAT PANAHI NEJAD

1) Città-Campagna: nelle loro ampie accezioni tuttora formano l’eterno binomio delle opposte fotogenie. Da un lato esiste lo spazio urbano con le sue ulteriori complicazioni-implicazioni moderne e novecentesche depositate nell’uomo. Questo spazio a sua volta ha perfezionato, nel corso del tempo, portando al culmine, la ricerca sul ritmo, sul movimento e sulla potente resa visiva dell’energia la quale in verità fu intrapreso prepotentemente sino dall’ inizio della nascita della fotografia stessa: vi rammentate le fotografie aeree di Nadar!? ( ma, poi, ogni esordio gode di una beatitudine romanzesca). Dall’ altro la plurisecolare cultura contadina già giunta al suo crepuscolo esistenziale e di autoctono vivacità, ma tenuta in essere dall’ utile, dal redditizio e dall’opportunismo della nostalgia: antico untore delle aspirazioni fantastiche.

2) Questa bipolarità rappresenta tuttora la maggiore applicazione dell’immagine ottica fotografica. All’interno e per mezzo di essa si consuma l’intimo di ogni oggetto-soggetto fotografico. La gamma variopinta di temi, per altro ampiamente sviluppata nelle attigue sfere espressive, qui, nella fotografia, tarda ad ottenere un autonoma ed autogenerante posizione produttiva, tendente alla invenzione di una nuova grammatica. Per intenderci: è ancora da venire una liricità mentale complessa la quale si trasla in immagini fotografiche senza alcun sussidio di varie sfaccettature di reportage, cioè quella categoria fotografica nel cui ambito si rende noto ciò di cui si è testimoni, o ciò che è stato osservato(1). Da qui, se lo spazio urbano fotograficamente ci riporta nelle dimensioni geometriche ridotte: si è sempre meno capaci nelle aree urbane di cerare campi lunghi composti da vari livelli di linee o prospettive; per contro la campagna con la sua precipuità fotogenica( ora sbiadita) ci restituisce una sorta di compensazione catartica e una amena teatralità visiva e paesaggistica ed antropologica.

Aggiungiamo che la campagna proprio in questa funzione catartica entra nelle
immagini di Nicolò Scafidi.

3) Le scene campestri dell’archivio Scafidi sono state scattate tra il 1949-1970. Se la spazialità urbana palermitana per il suo contenuto spesso negativo veniva fotografata con una certa reverenza e timore conseguita poi, dal distacco e da una sorta di pietà visiva, qui al contrario le immagini di Scafidi sono intrise di un rapporto affettivo e da una curiosità umana, certamente non viziata dalla sete per l’esotico. In realtà Scafidi alla negatività della cronaca per eccellenza: quella nera, contrappone silenziosamente l’antidoto di un continum naturale e, forte dal residuo di una reminiscenza labile ma incisivo e determinate depositato nel suo immaginario: i primi cinque anni della sua vita sono stati trascorsi in campagna; nella vita campestre e nello scandire lento del tempo e della vita quotidiana dei contadini cerca il probabile equivalente di un’armonia visiva.

Sono molte le immagini in cui lo spettatore nella posizione di chi rimira assiste allo svolgimento di un’azione semplice: guardare il prospetto di una casa contadina, fissare gli oggetti domestici messi casualmente e a mò di natura morta, l’accendere il focolare domestico, il mescolare il contenuto di una pentola inebolizione, il pascolare, il cavalcare dei contadini, l’arare la terra, il seminare, ecc.; tutte scene ad azioni prive di una calendarietà, di una storicità legata alla gerarchia di argomenti ed eventi, e proprio per ciò sospesi in un non tempo, in una non cronaca.

L’insieme delle immagini, viste da noi in sequenza sembrano ambire il semplice desiderio di raggiungere la freschezza madida di un mattino campestre.

 

Note:

(…) Il Kniep aveva schizzato una veduta in lontananza molto interessante; ma per la troppa bruttezza del primo e del secondo piano vi ha sostituito, quasi per celia, ma con molto gusto, un primo pinao alla maniera di Poussin, che non gli è costato nulla, ma che ha trasformato l’abbozzo in un quadretto delizioso. Chi sa quanti viaggi cosiddetti pittoreschi contengono di simili pseudo-verità! Goethe, “Viaggio in Italia”, (1786-1788), pag. 294, Rizzolo, 1991