The book’s visual elegance, il tipografo, l’apprendista e il libro

 

 

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di SALVATORE TEDESCO

Un principe, nelle Mille e una notte, racconta: “ho letto il Corano in sette diverse stesure, ho studiato la teoria delle stelle e le opere dei poeti, la bellezza dei miei caratteri ha superato tutti gli scrivani, e la mia fama si è diffusa in tutti i paesi”.

Penso a due differenti metaforiche della scrittura: una è quella del libro come mondo, il libro come forma del senso e il libro che “in prima persona” diventa luogo dell’esperienza: “ una volta che l’esperienza del libro si sia resa autonoma in una propria esperienza di totalità – come esemplarmente nell’epos greco arcaico o nel Libro dei libri -, essa comincia a competere con l’esperienza del mondo” (Blumenberg).

C’è una storia di questa esperienza del libro come luogo della ricerca del senso, la storia, infinie volte ripetute sui frontespizi barocchi, del libro come palcoscenico, il libro come dispiegamento, ordine delle verità – il libro come ragione – e la frammentazione, la profondità, gli infiniti rimandi, del senso. La possiamo considerare la storia del libro come soglia. E dalle immagini di Nosrat veniamo guidati a ridosso della tettonica dell’immagine, della giustapposizione di spessori fisici e del vissuto, della sua storia, della sua specifica durezza, opacità e impenetrabilità, di soglia in soglia, possiamo dire con Paul Celan; una ragione costruttiva che non ha altra logica che quella della struttura percettiva che con lei si origina, né altra intenzione stilistica che quella del racconto di se stessa. Da questo, nel più vertiginoso gioco combinatorio e nella più libera associazione degli elementi costruttivo, la sensazione di assoluta limpidezza formale e direi trasparenza e leggibilità.

Ma c’è anche un’altra metafora, ed è quella del tratto in cui si disegnano i caratteri della scrittura, e questa è propriamente la storia tattile e visiva e uditiva della specifica ruvidità, densità, pesantezza, del materiale  scrittorio, la storia della carta, degli inchiostri, delle penne e di caratteri per la stampa, una storia che sembra alludere ad una stratificazione del senso troppo sottile per una presa concettuale, una esperienza che sembra più contenuta che detta nel libro. Un’esperienza che continuamente interroga sulle geometrie, le figure, della scritture, sull’apparato costruttivo, la disposizione dei significati: è forse il momento in cui viene custodita con maggiore cura l’attenzione per il senso. Anche questa esperienza ha una sua grammatica, ha una storia, delle svolte. Questa doppia vicenda metaforica è l’antefatto del racconto di Nosrat.

La scrittura per stratificazioni, per sconnessure, per rinvii e silenzi, ne è una delle più evidenti cifre stilistiche, ed è la rappresentazione della genesi di un modello compositivo che si fa essa stessa poetica; un costante rapportarsi dei differenti livelli di elaborazione, per così dire in alto verso la storia del libro, in basso sino a rintracciare la figuratività della scrittura. Una poetica della verticalità, della ricerca sull’intero spettro dei timbri, dei colori delle immagini,una elaborazione micrologicaa partire dalla dissoluzione dei sensi usuali, forse, meglio ancora, a partire da una straordinaria fioritura immaginativa delle singole componenti materiali e formali della scrittura e della sua storia.“ Le grandi conoscenze, quelle davvero importanti, non sappiamola dove ci derivano; non certo dai libri stampati, ma dal librodel mondo. Noi leggiamo senza interruzione questo libro, senza un programma, senza particolare impegno, senza che nascono dubbi. La maggior parte delle cose che vi leggiamo non possono essere scritte, tanto sono fini, sottili, complicate; quelle – per lo meno – che danno ad un individuo il carattere di penetrazione singolare che lo distingue da tutti gli altri” ( Dierot).

Due percorsi si sovrappongono: da una parte l’intrecciarsi di più “narrazioni” – il lavoro nella tipografia, la recita dei due lettori tamìl , la partita a scacchi con i caratteri tipografici, le numerose citazioni, lo sguardo improvviso sulla prossimità dei libri, della loro diversa “grazia visiva” – dall’altra parte un racconto che è fatto dalla logica stessa della composizione, un racconto che inizia dalla prima esposizione, sullo scenario ancora oscuro, della “colonna sonora” costituita dal rumore della stampatrice, e che continuamente, su quel ritmo, le sue sospensioni, le sue reiterazioni, sosta sugli elementi del lavoro, ne scopre nuove prospettive, nuove connessioni.

SCHEDA

TITOLO:  The book’s visual elegance, Il tipografo l’apprendista e il libro

DI: Nosrat Panahi Nejad

FOTOGRAFIA AUDIO MONTAGGIO: Nosrat Panahi Nejad

PRODUZIONE: Luisa Mazzei  Nosrat Panahi Nejad   Teheran – Palermo 2008