Nota sull’introduzione del cinematografo in Iran یادداشتی در باره ورود سینما توگرافو به ایران + Caleidoscopio persiana شهر فرنگ
di
Nosrat Panahi Nejad
1.L’immagine ottica fotografica viene introdotta in Iran alla fine della prima metà
dell’Ottocento. Il termine utilizzato per indicare l’immagine fotografica è “aks”. Da tale
sostantivo si forma il verbo composto ‘aks gereftan, che allude all’azione di fotografare.
Più precisamente il sostantivo ‘aks significa “il rovescio”, “il ribaltato” di ogni cosa.
Naturalmente la comparsa dell’arte della “grafia della luce” produce un effetto positivo e
sconvolgente su tutta l’attività artistica, in particolare sulla tranquilla quiete riproduttiva
delle scuole pittoriche d’allora.
Va ricordato che in quell’epoca le correnti pittoriche persiane non facevano altro che
copiare dal vero. Per tutta la durata dell’Ottocento dunque perdura una situazione in cui
il retaggio soggettivo della miniatura persiana, che era soprattutto basata su una
mentalità costruttiva tettonica, arretra di fronte alla passione per il paesaggio e per il
ritratto, due luoghi comuni dove eccellere e rivaleggiare con la realtà.
D’altro canto la situazione culturale generale dell’Iran d’allora era assai refrattaria
all’accogliere le novità plastiche che dall’inizio della seconda metà dell’Ottocento
imperversavano in tutta l’Europa. Vigeva sostanzialmente una sorta di autarchia
stigmatizzata dalla combinazione ripetuta all’infinito di tre simboli al quanto smunti:
l’usignolo, la candela e la lacrima. Si era ancora invasi, nonostante il secolo fosse al
termine, da una bassa versione del Romanticismo. E per quanto riguarda le arti figurative
l’introduzione dell’immagine ottica di per sé, in una prima fase, creò delle timide
aperture.
Durante il periodo della dinastia Qajar (1779-1925) sarà la casa reale ad interessarsi alla
pratica e quindi alla diffusione della fotografia. In particolare il re Naser al-din Shah
introdusse la fotografia e apprese personalmente i rudimenti dell’arte dell’immagine
meccanica attraverso l’italiano Luigi Montabone.
Luigi Montabone (1) era un fotografo torinese che venne mandato in Persia dal ministro
Rattazzi insieme ad altri esperti per compiere una missione culturale, politica ed
economica. In particolare la missione italiana aveva il compito di riallacciare i rapporti
diplomatici e promuovere gli scambi commerciali come la coltura dei bachi per
l’industria della seta. Luigi Montabone fu il primo fotografo che riuscì ad inserirsi a
corte realizzando alcuni splendidi ritratti sia del re che del principe ereditario e di altri
dignitari.
Inoltre riuscì a suscitare, nell’ambito della famiglia reale, una passione generale verso la
fotografia . Successivamente, e molto probabilmente a seguito di questi primi contatti, il
Re si interessò personalmente alla fotografia e decise di realizzare egli stesso le
immagini fotografiche.
Possiamo quindi dire che il re fu il primo fotografo della storia della fotografia in Iran. E
certamente si tratta di un fotografo atipico!
Dall’insieme dei ritratti realizzati da Montabone nell’ambito della famiglia Reale
persiana, ciò che a distanza di molti anni colpisce ancora è l’introspezione dei soggetti
perché ogni singolo ritratto è dotato di una sua psicologia e una sua entelechia compiuta.
Il Re tra il 1865 e 1866 acquistò tutto il necessario per la fotografia e quindi con il
procedimento all’albumina cominciò egli stesso a realizzare delle immagini . Per quanto
riguarda Montabone, tornato in Italia nell’anno 1862, impresse sull’insegna del suo
atelier in rosso il leone imperiale del re di Persia. Nel 1867 l’intero servizio realizzato in
Persia dal Montabene venne presentato all’Esposizione Universale di Parigi ottenendo
“la menzione onorevole”(2).
2. Vediamo adesso come avvenne l’innesto del cinematografo in Iran passando da un re
ad un altro re all’interno della stessa dinastia.
Dal diario di viaggio in Europa del Re Mozzafar al-din shah riproduciamo un passo dove
egli parla di un suo film documentario realizzato durante una festa in Belgio.
Nel diario si legge testualmente:
“… Di buon mattino ci siamo alzati e siamo andati sulla spiaggia ci hanno portato delle
bottiglie vuote le abbiamo messe ad una certa distanza e poi armati di un fucile con dei
proiettili abbiamo cominciato a sparare contro questi bersagli ma nessun proiettile poté
colpire le bottiglie. Alla fine Esmayl Kahn si è avvicinato ad una bottiglia e togliendo il
suo cappello lo ha messo sopra la bottiglia in modo che il bersaglio fosse più grande e
visibile. Abbiamo quindi sparato di nuovo. Qualche proiettile ha colpito il cappello e
sparandone altri finalmente abbiamo colpito la bottiglia. Dopo il ministro di corte e gli
altri hanno continuato a sparare. Il Sadre Azam (primo ministro) e un altro dignitario d’
un tratto hanno preso una bottiglia e l’hanno gettata sull’acqua e hanno cominciato a
sparare contro questo nuovo bersaglio. Finito il gioco siamo tornati alla residenza e
abbiamo pranzato e riposato un po’. Dopo esserci svegliati ci hanno spiegato che in
quel giorno si celebrava la festa dei fiori e ci hanno invitati ad andare a vedere la festa.
Insieme a noi c’erano il primo ministro e il ministro della corte. La festa era assai
interessante e spettacolare, tutte le carrozze erano addobbate con dei fiori e persino
l’interno delle carrozze era addobbato con tanti fiori ed anche le ruote erano ricoperte
di fiori al punto che le carrozze stesse non si vedevano perché coperte da questa massa
di fiori. Delle signore erano su altre carrozze e con dei mazzi di fiori cercavano di
venirci incontro e Ebrahim Khan ‘Akkas-Bashi il nostro fotografo ufficiale era
indaffarato a “cinemafotografare”. Le carrozze erano in tutto 50 e assomigliavano ad
un treno che camminava in una fila ordinata e in lontananza si sentiva anche la
musica….”(3).
E’ interessante notare lo stile del diario privo di punteggiatura che racconta tutto in un
flusso continuo. Ecco, questo fu il primo contatto che il re ebbe con il cinematografo da
cui rimase come si vede affascinato. Occorre ricordare che siamo nel 1900 e che il
viaggio del Re in Europa prevedeva tappe in Germania, Belgio, Italia, Austria e Francia.
Il viaggio durò otto mesi e il re tornò in Iran nel dicembre 1900, dopo aver saziato i suoi
poliedrici interessi verso tutte le novità.
Tornando indietro cerchiamo ora di ricostruire uno alla volta i contatti del Re con il
cinematografo. Il Re per la prima volta vide il cinematografo insieme al suo fotografo
ufficiale Ebrahim Khan ‘Akkas-Bashi nella sala dell’Esposizione Universale di Parigi,
questo accadde quando erano giunti a metà del loro viaggio. Fu in questa occasione che
egli vide da vicino, e per la prima volta, l’apparecchio cinematografico e la lanterna
magica. Dal diario stesso apprendiamo che all’inaugurazione della Esposizione
Universale venne proiettato un film documentario nel quale si mostrava l’edificio stesso
in cui si celebrava l’Esposizione e, successivamente, un altro documentario venne
proiettato il cui tema era la città di Parigi. E durante tutta la durata della esposizione
l’Iran ebbe un suo padiglione. In questa occasione i fratelli Lumière, ricorrendo ad
espedienti tecnici e a trovate particolari, cercarono di impressionare maggiormente gli
spettatori. Essi, allestendo uno schermo gigante al centro dell’arena, puntarono sulla
proiezione in grande. E la vastità del pubblico partecipante era tale che dovettero
bagnare abbondantemente lo schermo per creare la possibilità di vedere l’immagine
proiettata anche, in un modo identico, dall’altro lato (4).
Il secondo incontro del Re con il cinema avvenne 16 giorni dopo, sempre al palazzo
delle Esposizioni dove insieme al suo fotografo visionò altri film. Poi vi fu una terza
volta in Belgio, durante la giornata della festa dei fiori di cui abbiamo già riferito. E
quindi in questa terza occasione il suo fotografo Ebrahim Khan ‘Akkas-Bashi, ora
diventato addetto alle riprese filmiche, realizzò il primo documentario della storia della
cinematografia iraniana.
Al proposito del secondo incontro del Re con il cinematografo, il diario ci fornisce
impressioni di prima mano:
“Il film era incentrato sul palazzo dell’Esposizione ed intendeva rivelare forme
architettoniche ed aspetti esteriori del palazzo (….) Il cinematotografo è cosa
interessante e nuova il film aveva ben reso vivido e corposo tutto il palazzo per lo più
esso si vedeva nei campi lunghi e si vedeva come cadevano le gocce di pioggia sulla
Senna abbiamo successivamente visitato la città di Parigi e abbiamo ordinato ad
‘Akkas-Bashi di provvedere all’acquisto dell’apparecchiatura necessaria affinché noi
potessimo far divertire i nostri sudditi”.
In questo passo del diario c’è da evidenziare l’espressione “campi lunghi” utilizzata dal
Re stesso e in un modo appropriato. Tale espressione insieme al termine
“cinematografare” alludono ad una sua conoscenza precedente, che forse gli proveniva
della passione familiare per la fotografia. C’è da ricordarsi che il termine “campo lungo”
in lingua farsi così come coniato da lui è tuttora in vigore.
Vi è poi una lettera della compagnia Gaumont datata 2 agosto 1900, indirizzata alla
residenza del re, in cui si comunica la spedizione di due apparecchi 35 mm e 15 mm.( 5).
Dunque il Re di un regno decadente, che aveva intrapreso il suo viaggio armato di
pugnale e spada, ritornava con la pellicola, la cinepresa e il proiettore!
Dopo il ritorno del Re, in Iran si verificò a Tehran una prima rapida diffusione del
cinema nell’ambito aristocratico e della casa reale. Le occasioni per proiettare i film che
erano esclusivamente stranieri furano due: le feste di matrimonio e quelle di
circoncisione.
Il fotografo Ebrahim Khan ‘Akkas-Bashi, oltre ad adempiere ai suoi doveri di fotografo
della corte, filmava e documentava tutti gli avvenimenti legati alla corte e di tanto in
tanto usciva dal palazzo e realizzava per se stesso documentari a soggetto libero. In
particolare documentò le processioni religiose che commemorano il martirio del terzo
successore del profeta, dove egli mostra con un’attenzione speciale alcune persone che
praticano l’ autoflagellazione. In questo modo Ebrahim Khan ‘Akkas-Bashi lascia i
primi documentari visivi su ciò che successivamente viene definita una dimostrazione
piena della “passione sciita”. Ancora lo storico del cinema iraniano Jiamale Omid (vedi
nota n.3) riferisce che nel 1992, durante alcune esplorazioni nei sotterranei di una delle
residenze della monarchia precedente, sono state trovate delle pellicole. Una di queste
della durata di 3 minuti mostra gli eunuchi del re che giocano fra di loro. La paternità di
questo film è stata chiarita da uno dei discendenti, oramai assai anziano, della monarchia
Qajar il quale, parlando con il celebre scrittore e regista Ebrahim Golestan, (6) ha
rivelato che a suo tempo aveva appreso dal nonno che questo film di breve durata era
stato diretto dal Re stesso. E quindi il ritrovamento di questa pellicola ha confermato la
tesi che considera il Re come il primo regista della storia del cinema iraniano. E Parviz
Davaiy, il maggiore critico e studioso del cinema iraniano negli anni settanta, a proposito
del film Silenzio d’oro di Renè Clair, ravvisa nella figura del re che visita il set
cinematografico, la presenza simulata del Re persiano allora a spasso per i centri
culturali più importanti d’Europa.
Una digressione:
Il caleidoscopio di cui riproduciamo la forma e la funzione in una fotografia è un’unità
spettacolare che contiene in sé la narrazione orale e l’immagine con la presenza di alcuni
elementi presi dal teatro popolare. Nell’immagine vediamo un caleidoscopio in funzione
con due bambini che usufruiscono della visione.
Il caleidoscopio persiano dotato di tre visori è costruito a forma di un castello medievale
europeo, da qui il sostantivo persiano: shahre farangh, cioè la città dei franchi (la città
europea), con il quale comunemente viene chiamato. Il signore con il cappello,
guardando dal proprio visore, racconta la storia e con le mani all’interno
dell’apparecchio manovra le immagini disponibili che, passando davanti alle lenti, vanno
da un rullo all’ altro. Chi guarda contemporaneamente ascolta il racconto. Accanto al
narratore, vediamo nella foto due finti neri: sono comici legati a una forma di teatro
comico popolare detto teatre ru hozi (teatro da cortile). Costoro erano soliti comparire in
prossimità del capodanno persiano che coincide col primo giorno di primavera. Questi
attori, secondo le indicazioni del manovratore e regista, eseguono musiche e canti dal
vivo e, a volte, danzano. Sono i valori aggiunti allo spettacolo visivo fornito dal
caleidoscopio persiano. Come si vede, si tratta di una unità spettacolare completa. In Iran
in alcune province non eccessivamente urbanizzate si possono ancora incontrare
narratori muniti di caleidoscopio che vanno da un punto all’altro della città.
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* La presente nota è stato utilizzata all’apertura del seminario ” Il cinema Secondo Abbas Kiarostami” A Palermo e nel 1995
Note:
(1) Vedi Fotologia, L’Album persiano di Luigi Montabono, Michele Falzone del
Barbero, v. 6, dicembre 1986.
(2) Ibidem.
(3) Dal diario del re Mozaffer al-din Shah, in Storia del Cinema Iraniano, di Jamale
Omid, Tehran, 1982.
(4)- Vedi “Il cinematografo invenzione del secolo”, pag. 43, Universale
Electa/Gallimard, 1994, ed. fuori commercio.
(5)- Dal diario del re Mozaffer al-din Shah, in Storia del Cinema Iraniano, di Jamale
Omid, Tehran, 1982.
(6)- Ebrahim Golestan, padre del nuovo cinema iraniano che all’inizio degli anni ‘60
realizza il suo capolavoro dal titolo: “Il muro e lo specchio”.
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Pagina in fase di preparazione
Caleidoscopio persiano
CALEIDOSCOPIO PERSIANO شهر فرنگ
.هنگامی که هنوز سینما و تلویزیون در ایران رواج و رونق نیافته بود بازر شهر فرنگ رونق داشت وکودکان تماشای این تصویر های متحرک را که با توضیحت متصدی دستگاه همراه بود بسیار دوست می داشتند
.در گذشته استقبال مردم از این وسیله سر گر می به حدی بود که شهر فرنگی بودن شغل ابرومندی به حساب می آ مد
.شهر فرنک در دورن قاجار توسط انتوان سورکین در ایران ثبت شده
مسبب ورود آن به ایران مظفرالدین شاه قاجار بود . وی دردیدار از نمایشگاه جها نی فرنسه که درشهر پاریس بر گزار شده بود نظرش یه شهر فرنگ جلب شد و این موضوع مقدمه ای برای ورود این دستگاه به ایران شد
