Anselmo Calaciura sotto il carrubo

 

 

 

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di PIERO VIOLANTE

CALACIURA E I GIORNALI L’ ULTIMA LEZIONE

Anselmo Calaciura, giornalista in esilio, smagrito, con baffi e pizzo sbiancati, abito di velluto verde a coste piccole, si aggira sotto l’ enorme carrubo della sua casa a Pezzingoli sopra Monreale, l’ eremo degli ultimi ventitré anni. «Ha trecento anni il carrubo, era più grande», dice al suo assente-presente intervistatore che è Nosrat Panahi Nejad, l’ iraniano che con i suoi film è diventato il guardiano silenzioso della nostra memoria. È il 19 gennaio 2009, giorno di insediamento di Obama alla Casa Bianca. Anselmo ha 75 anni. «Ma la neve, perché qui nevica – continua Anselmo – lo ha spezzato. E lui si china sul gelso e ne fa una vittima sovrastandolo». Un piccolo dramma della natura, in una fazzolettata di terra, una metafora dello slittamento aggressivo del mondo. C’ è ombra e silenzio sotto il carrubo e attorno. Anselmo – gigione – la mano in tasca, quasi accenna un passo di danza sotto il ramo possente e guarda sornione verso l’ obiettivo. Sembra un quadro di Chagall. Per la malattia, il suo spirito un po’ guascone si è infragilito. Ora fa il saggio sedendosi compostamente sotto il carrubo e inizia a narrare. Non mi meraviglierei se improvvisamente, come nei film di Allen, si mettesse addosso Tallis e zucchetto per intessere la memoria dello shetl, della cittadella sua e di altri come lui, che è stato ed è il giornalismo: prima sognato, poi vissuto, poi contrastato dai soliti ufficialetti di complemento, e poi rimosso e poi di nuovo sognato. Lo shetl è la parola che narra. Ma questa parola, dice Anselmo, sigaretta in bocca, che parola è, se non è ispessita dalla metafora. Non basta la parola in sé che descrive, ci vuol altro per affrontare, per raccontare la realtà. Bisogna oltrepassarla e la si oltrepassa con la forza della metafora. «Ciò che più mi ha interessato del giornalismo – dice Anselmo smuovendo leggermente nel suo tic preferito la spalla destra – non è la cronaca ma il commento». Guardandolo- nel video che ha girato Nosrat, materiale per un film a venire e che si proietta stasera alla Rai – ho la netta sensazione che si dondoli, mentre dice questa grande verità sapienziale. Non la cronaca ma il commento che è cosa diversa dalla solfa “i fatti separati dalle opinioni”. Il commento è dentro il fatto e il fatto ha consistenza proprio attraverso il commento che ne svela la realtà. “Le commentaire”, la glossa a margine per far capire che la realtà non è quella che pretende di essere. È un’ altra cosa. Bucatela con la metafora. Arte difficile. Ce lo ha insegnato Borges salmodiando «la rosa è una rosa è una rosa». Di quella lezione a Palermo, nel 1984, Anselmo, ne sono sicuro, ne sarà stato felice. «Vedi – dice al suo interlocutore assente-presente – ho iniziato a scrivere sul giornale a quattordici anni recensendo Vittorini. Era il Quarantotto. Il mio fu un approccio del tutto anomalo». Ma quell’ approccio lo ha segnato, quando, finiti gli studi si poté dedicare al giornalismo. La sua vocazione metaforica, che era un modo per arricchire il giornalismo e la sua capacità di narrare, lo trasformò negli anni in un temuto caposervizio dello spettacolo al Giornale di Sicilia. Ne ricordo qualcosa io che giovane dottorino lo ebbi come caposervizio. E poi come direttore a L’ Ora. Il giornalismo come controllo linguistico e come commento, come letteratura. In questa intervista sotto il carrubo, Anselmo, nel suo ritiro, dice una cosa in netta controtendenza. I giornali non possono inseguire la televisione che ti dà la notizia con la sua immagine e il suo rumore e presto anche con il suo odore;i giornali debbono commentare la realtà, non essere soltanto la cronaca fedele del potere. Il silenzio del carrubo viene cancellato dallo stridio meccanico delle rotative. Girano le rotative e affiorano titoli di giornali, lunghi articoli di Anselmo sul terremoto del Belice, il maxi processo, la mattanza mafiosa. Altro stacco. Nel giardino si aggira Giosuè, figlio di Anselmo, che legge dal suo “Malacarne” il ritratto violento della realtà che il padre vuole commentare. E Anselmo sta seduto, sempre più Zio Vanja,e guarda verso l’ alto, mentre il figlio legge. Ma il figlio legge dopo che il padre è morto. La sfasatura temporale fa di Giosuè il double del padre e la realtà che Giosuè legge è commentata dall’ assenza del padre. Sotto il carrubo Anselmo insiste sulla necessità che la mafia non venga letta come un racconto di Puzo; ha insofferenza per i mafiologi e tesse l’ elogio di Mario Francese. Entra in casa. In un tempo largo scandito dalle accensioni delle lucie dal cullante ritmo di Satie, padre e figlio, sfasati nel tempo si intrecciano negli stessi luoghi, negli stessi gesti. Nosrat li segue come un’ ombra. La vita che ricorda con commozione scorre parallela ad una vita ad un gesto che non c’ è più. Anselmo è morto a settantacinque anni, il 17 luglio 2009.

 

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di MARCELLO BENFANTE

RITRATTO ALL’OMBRA DEL CARRUBO

 

Un moto circolare governa l’ultima video-narrazione di Nosrat Panahi Nejad, un anello sequenziale che riguarda sia il tempo mitico del sempre-uguale, sia i corsi e ricorsi della storia di vichiana memoria.

L’apertura on the road riguarda l’oggi (che subito è divenuto ieri). In prossimità delle terse alture di Pezzingoli, che si scorgono verdeggianti dal parabrezza, l’autoradio racconta l’odissea dei clandestini e le speranze suscitate dal carisma di Obama.

Lontano dai travagli della cronaca, nel suo eremo selvatico, Anselmo Calaciura intanto innaffia e accudisce le sue piante, come a volerle salvare in un’immobile arca terragna dalla minaccia dell’apocalisse che avanza. Nella sua “casa dell’ombra e del silenzio totale” la vita è messa al riparo dal tempo, forse per sfuggire un attimo ancora alla morte.

La testimonianza-testamento si recita nel giardino, presso il grande carrubo tricentenario: teatro arboreo che si stende placido su una sorta di naturale palcoscenico semicircolare. Qui il gelso si prostra davanti alla regalità vetusta del carrubo, come in omaggio alla sua onniscienza. Tutto si svolge con una lentezza funerea e insieme vitalissima, tenace, lirica. La distanza dal mondo sembra infinita, ma l’attenzione di Calaciura, del “nostro inviato” che ha scelto ormai l’immobilità del disincanto, è ancora desta, agile, vigile. Solo che l’ironia d’un tempo si è fatta più amara, più caustica e insieme disarmata.

La memoria corre al 1948, a un primo acerbo articolo su Elio Vitttorini apparso sulla terza pagina del “Giornale di Sicilia”. Comincia qui, con irriverente precocità, la lunga avventura giornalistica di Anselmo Calaciura.

Al silenzio di un eden purgatoriale, in cui l’ombra difende come un carapace l’intimità del narratore, subentra il rumore assordante delle rotative, l’urlo della sirena che annuncia la stampa, l’irrompere della notizia nel flusso della vita. Scorre al storia nei titoli, nell’inchiostro che si fa sangue, con le stragi e le catastrofi, le crisi e gli scandali. Tutto il dolore del mondo è un urlo che si materializza in prime pagine, in strilli, occhielli, firme. E le immagini filmiche si sedimentano nella forza statica delle fotografie, dei disegni, dei libri, delle parole scritte che danno solidità a quelle pronunciate e udite, al loro suono effimero.

Pure il silenzio concorre a stratificare il senso. D’altronde, l’ultima lezione di Anselmo Calaciura è ferocemente didascalica: la parola è insufficiente, se non è quella di una vera e profonda letteratura. Non si può più dare giornalismo autentico se non con il supporto delle immagini e degli effetti sonori, ovvero nelle forme di un efficace cinema documentaristico o di una buona televisione. La scrittura letteraria può dischiudere spazi che il giornalismo, prigioniero della propria episodicità, non sa o non vuole aprire. Ed infatti sotto il carrubo, e quasi si direbbe dal suo tronco stesso, ecco intrecciarsi la voce del figlio Giosué a quella del padre, e parole di mafia, tratte dal romanzo “Malacarne”, insinuarsi tra le foglie e i rami, mentre s’incrociano e si sovrappongono in una successione alternata le loro fisionomie di ieri e di oggi, così somiglianti da sembrare a volte speculari.

Come in una controdanza del passato e del presente, della vita e della morte, le due generazioni si scambiano le parti all’ombra del carrubo e nel ventre della casa, presso il candido letto, le pareti colme di volumi, i mobili di rustica eleganza che lo stesso Anselmo ha forgiato con le sue mani, senza inchiodarne le assi, affinché fosse ancora possibile con questo rito apotropaico il libero gioco dell’esistenza.

Mani diverse, in primo piano, carezzano vecchie diapositive, spolverano oggetti cari, sfogliano album, indugiano sulla ruvidità e le asperità del vissuto quotidiano rimuovendone la grigia patina.

Sono mani come ritratti, più giovani o più vecchie. E toccano la materia con un’ansia di vita, come aggrappandosi a una memoria tattile che tende a sfuggire alla presa. I ricordi si cristallizzano nella luce filmica. Sono quelli del terremoto con cui il mondo contadino fu messo in liquidazione. O quelle dell’omicidio di Mario Francese, cronista non “medagliato” che a sua volta aveva liquidato lo stile da cancelliere di un giornalismo burocratico.

Nel mentre, tra una pausa e uno sguardo, un cenno e un palpito muto del ritmo, scorrono le note malinconiche e cristalline di Erik Satie, la voce dolente ed esile del suo pianoforte. In questa traccia lineare che la musica diffonde si coglie il senso gelido del commiato. Non prima tuttavia che il lascito sia esplicito e si aggiunga alle dure parole del romanzo filiale: un tempo il giornalismo era drammatico, era lotta, contrapposizione, in ultima analisi tragedia. Oggi è un mestiere pacificato che si limita a riferire le parole del potere. Ciò spiega il senso del distacco, il romitaggio civile di Anselmo. La sua separatezza scevra di albagia. E la stanchezza di scrivere che sembra pesare sulle sue spalle un po’ piegate, sul suo volto sereno che tuttavia non si apre al sorriso, sui suoi occhi ancora curiosi ma talvolta smarriti.

Il “cuntu” del carrubo ferito (metà è crollata un inverno sotto il peso della neve) sta per finire. Ma un rito agnostico, la dispersione delle ceneri di un uomo libero, forse potrà donargli nuova linfa.

Il cerchio si chiude, ancora sulla strada, lungo cammini diversi: nel cuore della notte, in un buio foriero di sviluppi e di potenzialità, i nuovi ambasciatori del domani, i profughi della globalizzazione, gli strilloni dei semafori, portano la storia in bicicletta, come pionieri di un altro neorealismo.

Sono loro la notizia più importante. La messa in liquidazione del passato.

 

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di GIOSUE’ CALACIURA

Mio padre

Da quando sono andato via da Palermo, ogni sera ho ricevuto una telefonata da mio padre. A volte erano chiamate brevi, un saluto, un bacio telefonico. Il pianto dei bambini, la cena sul fuoco, qualche amico in casa, con un po’ di imbarazzo gli dicevo papà, ci sentiamo domani.  Spesso invece erano lunghe conversazioni. Le affrontavo con il microfono tenuto tra spalla e orecchio, cambiando un pannolino, con un cucchiaino in mano, versando gocce di vitamine ai figli come lui non ha mai fatto con i suoi perché era, voleva essere, un padre all’antica. Lui non era la cronaca dell’educazione, voleva esserne la letteratura. Mio padre la sera aveva voglia di parlarmi, di parlare. Mi diceva, hai fatto bene ad andare via. Mi chiedeva dei bambini e io raccontavo le loro fantasie, le parole nuove, le furbizie e il candore. Rideva di nostalgia. Poi entrava dentro una notizia, di nera, di politica, di economia. E me la spiegava. Qualche volta, al telefono, gli leggevo quello che avevo appena scritto. Un racconto, un pezzo per un giornale. Ascoltava in silenzio. Hai fatto bene ad andare via.

La mia scrittura diventava un nuovo pretesto, perché è ancora da qui, dalla Sicilia, diceva, che si comincia a raccontare il mondo, da Palermo, da queste contraddizioni, da queste maledizioni, perché è da questa separazione che tutto diventa più chiaro. E’ qui che nasce il linguaggio, da queste emozioni fatte carne panormita e che si tramandano da padre in figlio, anche se i figli nascono altrove, in questa malversazione della giustizia, in questa certezza di ingiustizia, nella voce e nella penna di quelli che non appartengono, senza padrone,  orfani, fuori da ogni mafia e da ogni confessione. Esuli in patria. Hai fatto bene ad andare via. Papà, gli dicevo, tutti gli scrittori si confrontano con l’orizzonte della loro prima alba. Si, rispondeva, ma i palermitani di più.

Era inossidabile la sua certezza che il nostro rovello avesse giri più ampi e morsi più profondi perché mastichiamo da sempre, nevroticamente, lo stesso boccone. E le nevrosi sono la nostra ricchezza. Definitivo, lapidario. Il resto, tutto il resto per lui era psicologia spalmata sul pane.

Era convinto che la distanza, la nostalgia, giocassero a mio favore. Per sedimentazione. Era convinto che qualsiasi cosa scrivessi, sull’Africa, sul Papa, sul riscaldamento globale, in ogni caso, comunque, avrei continuato a raccontare la Sicilia, Palermo. Avrei continuato a raccontare di noi, dell’ultimo film appena registrato, l’ultimo romanzo sul comodino, l’ultima riflessione sulla riflessione domenicale di Scalfari, il travaglio della sua pena per fratelli e sorella, per l’educazione dei nipoti, la sua battaglia col vento che aveva travolto pianticelle appena travasate, la carenza o l’eccesso d’acqua, l’incendio nel bosco di Casalboli che gli illuminava le notti d’estate. La nebbia di novembre che sembrava sollevare la casa lasciandola galleggiare sopra Palermo mentre io, a Roma, immaginavo lo sguardo della sua intelligenza nell’opaco di quel bianco. Cercava la città guardando dalla finestra ed ero certo che gli rispondesse solo il suo riflesso, la vestaglia pesante, la berretta di lana, il suo volto da barbone di campagna, appagato di libertà, frustrato dai progetti non portati a termine.

Avrei continuato a scrivere del freddo della sua casa che  tamponava con una stufa a legna e poi con una piastra elettrica. La felicità della prima nevicata. Me la raccontava con voce preoccupata, per le strade bloccate, per l’energia elettrica che va e viene, per l’assenza d’acqua che lo costringeva a buttare secchiate di ghiaccio nel gabinetto. Ma sentivo tutta la meraviglia infantile,  palermitana, per la neve. E poi Natale. Amava il Natale per quel sentimento di miracolo, di possibilità, per quel margine di felicità promessa e mai mantenuta che lo esaltava sino al malumore. Mi struggevo in quegli auguri telefonici sapendolo solo. Hai fatto bene ad andare via.

Nella solitudine di Pezzingoli mio padre aveva le idee chiare, follia e lucidità da distacco, lo sguardo aereo e complessivo dall’astronave della sua stanza da letto dove governava la tecnologica delle connessioni di computer, monitor, parabole, occhi e orecchie digitali. Ma non era collegato a internet mio padre. Rifiutava l’ipotesi di un’intrusione, di uno sguardo rivolto verso di lui. Aveva l’ossessione dei ladri, che qualcuno in sua assenza potesse entrare in casa. Regolava le sue uscite in modo che la sua villa mai terminata, casa nata già rudere, non fosse mai sola. Si dava il cambio con Maria, la governante. Non c’è stato compleanno, battesimo, festività che mio padre non sia fuggito via prima del tramonto. La casa non può restare sola. Lo sfottevo, papà sei Cenerentola. Chi vuoi che venga a rubare a casa tua. Oltre questa elettronica, vetuste macchine fotografiche e i mobili costruiti con le sue mani, mio padre non aveva altro che libri, musica e film. Temeva la violazione del suo universo interiore, della sua solitudine, che qualcuno svaligiasse la fragilità della sua condizione, la disgrazia dell’ingresso in una lucidissima vecchiaia. Hai fatto bene ad andare via.

Al telefono mi spiegava la contraddizione tra la necessità, in Sicilia sanguinante emergenza, di un’informazione libera,  indipendente, intelligente, non compromessa e la condizione di giornali e tv locali. Questo è il punto mi diceva, sull’informazione si gioca tutto. Dopo l’avventura del giornale L’Ora si era impegnato per un quotidiano di proprietà dei lettori. Azionariato popolare. Basta con i “panini”, le redazioni locali di giornali pensati a Roma. La societ civile palermitana non può accontentarsi di un quotidiano con i piedi a Palermo e la testa altrove. Non avrà mai la misura di se stessa. Un quotidiano cittadino deve interpretare tutto il mondo da qui, da queste strade, con i suoi strumenti, con le sue nevrosi e le sue qualità. Con la testa dei suoi uomini.

Mio padre non era un palermitano. Non riusciva ad avere lo sguardo di quel disprezzo cinico che invece ho io, la propensione all’ammiccamento, la guardata di lato, il silenzio come unica risposta. E una notte senza sogni. Non era un palermitano. Mi inquietava, mi preoccupava, mi imbarazzava. Volevo proteggerlo. Ritenevo che ai palermitani come me non potesse interessare un giornale reale. Ai palermitani come me interessava solo stimpuniare, farci gli affari nostri, continuare a ritagliare piccoli spazi di sopravvivenza di provincia. Magari io, per educazione e per non infliggergli altre tristezze, lontano dal suo sguardo. Mio padre non era un palermitano. Era un ingenuo. Un ingenuo con l’aggravante dell’intelligenza.  Papà, gli dicevo al colmo della esasperazione per il suo ennesimo, lucidissimo, ingenuo sguardo d’orizzonte, la società civile palermitana esiste solo per te e forse per altri quattro come te. Papà, la società civile palermitana se ne fotte di te, di un’informazione libera e persino di se stessa. Lo dicevo con rabbia perché finalmente crescesse, perché finalmente si rendesse conto che non c’è un’altra Palermo, non c’è un cittadino palermitano consapevole dei suoi diritti e dei suoi doveri, non c’è nemmeno nel Continente, a Roma, a Milano, a Treviso. Figuriamoci a Palermo dove non cresce né pane né libertà. Papà, non c’è un altrove dei palermitani, né un cuore della città che batte nonostante tutto e Natale è solo un’invenzione dei commercianti e non c’è luogo in terra né in cielo dove ci sia giustizia e promessa di felicità, papà hai visto troppi film di Chaplin e di Capra. Taceva. Ero certo di averlo colpito. Poi rispondeva, forse hai ragione. Tornava a raccontarmi l’universo, a rassicurami.

Hai fatto bene ad andare via continuava a ripetermi, quando lui invece è rimasto tenacemente radicato alla sua illusione di Palermo, anche quando, più volte, gli hanno offerto di andare via, di continuare a far bene il suo mestiere di giornalista in un’altra città come sapeva farlo qui, ma con più comodo, con una voce più forte e con maggiori consensi. Mio padre non era un palermitano. I palermitani come me avrebbero colto l’occasione, preparato in fretta la valigia e come me,  durante il viaggio, avrebbero chiuso gli occhi per non dovere constatare quanto fosse semplice strapparsi le radici. Mio padre ha scelto di restare. Me lo confessava come un limite, una fragilità del carattere, il timore del confronto con un mondo di cui ancora non conosceva l’altrove. Ha scelto Palermo per sempre. Nonostante il disprezzo cinico, la guardata di lato, i silenzi che molti gli hanno riservato nella sua professione e nelle sue passioni. Mi innervosiva quando archiviava  una cattiveria sotto la voce ignoranza, miseria. Alcuni autori e attori palermitani scrissero una lettera perché non firmasse più, anche lui autore teatrale, la critica del suo giornale. Io m’incattivivo in dialetto: papà, ti chiantarono i chiova. Forse hai ragione, rispondeva, ma a chi vive nella necessità e nel ricatto non sono concessi bei gesti. Gli scoprivo margini di fiducia inedita, perché in tutti i plermitani, accanto alla ferocia c’è anche la poesia e persino la competenza. Quante cose sanno fare gli uomini e come è ingiusta la morte che cancella tutto. Per mio padre c’era un altrove anche per ogni palermitano. Vedeva un riflesso di intelligenza, di attenzione, persino di pietà. Sicilianuzzi.

Da quando mio padre è morto mi sento ancora più lontano da Palermo. Torno per mia madre, i miei fratelli, mia sorella, i nipoti. Alcuni parenti e amici. Ma non riesco più a sentirla Palermo, a interpretarla. Mi manca la mediazione di mio padre, la sua illusione di Palermo, la speranza che dentro la città esista un’altra città dove è consuetudine indignarsi o piangere di se stessa, un’altra città, emozionata dalla sua epica, laboriosa e solidale, aperta, dove la vita di ciascuno ha dignità e urgenza, proprio come in La vita è meravigliosa, una città senza padroni e senza indifferenza, una città piena di cittadini. Mi manca mio padre, la generosità della sua ingenuità che è diventata l’unico spazio, il mio unico strumento per continuare a immaginare Palermo o qualsiasi altro riscatto.

 

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 il testamento biologico di Anselmo Calaciura

 

Io, Anselmo Calaciura, in piena lucidita’ e mentre ancora godo di buona salute, chiedo ed esigo, in nome dei miei diritti di uomo libero, agnostico, non affetto da credenze religiose, di non accanirsi sul mio corpo con pratiche terapeutiche inutili per tenermi in vita al di la’ di ogni ragionevole speranza di guarigione, nel caso in cui non fossi piu’ in condizione di comunicare e di disporre lucidamente e con discernimento della mia volonta’ e della mia vita.
Disperazione e inutile sofferenza non generano sentimenti buoni ne’ virtuosi. Esigo, percio’, di non essere costretto da comportamenti ipocriti e fondamentalisti, a provare odio per quanti si dovessero mostrare sordi a queste inequivocabili scelte. Non vorrei essere costretto, proprio alla fine dell’esperienza umana, a provare quegli orribili sentimenti di rancore che sono stati estranei alla mia natura.
In ogni caso, quale che sia la ragione della mia morte, intendo essere cremato. E chiedo ai figli che le ceneri vengano disperse nel giardino della mia casa, dove ancora sia concessa l’illusione del dono di un raggio di Sole.  Grazie.

 

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NOTE DELL’AUTORE

Sotto il carrubo

Sotto il carrubo nasce la condizione e il desiderio  per il racconto. Sembra che l’ombra dell’albero sia l’ombra del racconto e,  persino il vento che gira tra le foglie e i rami, unendo in sé diversi luoghi e  voci,  in verità  imponga alla memoria, in una sorta di metafora del  viso contro viso, una geografia improbabile delle varie città lambite  dal mare o sepolte dalla pura sabbia.

 

Sotto il carrubo il visivo ricordo va alle narrazioni del cuntista Genovese, seduto sotto l’albero in un lontano dopo guerra e  ritratto da  Scafidi in una Piazza Marina spoglia di tutto ma ricca di palpabili emozioni per il narrare.

Sotto il carrubo penso al narratore dei versi dell’epica  di  Firdussi all’ingresso di un cimitero tutto colore di terra  sito in prossimità della stanca bellezza  della città  di Susa.

Vedo ancora, pellicolarmente,  questo narratore  che canta anzi cunta agitando il liscio e secolare bastone nella sua mano che  in verità è la mano stessa del racconto in un retaggio continuo dal padre al figlio e così via. Il padre : Rostam che uccide,  raccogliendo il corpo in una sorta di plastica pietà, il proprio figlio Sohrab.

 

Sotto il carrubo vedevo i padri immolare sempre in onore dell’albero e i figli leggere  i loro versi all’ombra dei padri. E in ogni casa, florida o dimessa, le radici degli alberi nutrirsi dall’umida  e fresca stampa liqueforme e  sotterranea dell’Eufrate.

Sotto il carrubo la consuetudine dei padri di versare il sangue dell’agnello sgozzato

( almeno un giorno all’anno)  irrobustendo le radici col sacrificio e fare danzare  intorno al tronco le fanciulle mentre i macellai trattare su  un giovane  fuoco la calda carne dell’agnello in prossimità  di una fontana piena di acqua e pesci e foglie  cadute per il cruccio dell’evento dal  carrubo medesimo.

 

Sotto il carrubo l’occhio terso gira pellicolarmente e danza insieme al cuntista  Calaciura utilizzando la scena del racconto  per coniugare passato e presente dei  verbi e dei corpi facendo apparire maieuticamente dal  rotocalco di ferro,  invaso  dall’inchiostro e dal rumore meccanico di antica memoria majakovskijana, la rimossa cronaca e suscitare la tetra  sensazione di una perenne osmosi tra i corpi forati e abbatuti dal piombo sull’asfalto in un abbandono da Antigone e, sullo spazio bianco della prima pagina del giornale, i grandi titoli  per merito del plumbeo corpo-testo della  vecchia tipografia ora desueta.

 

Infine,  questa  fragile scrittura videomatica, imbevuta di  pietas pixel e soccorsa da  una novella grammatica, anche essa fragile e non durevole, tenta, vestendosi da testimone, di registrare  e pedinare  il pacifico fendere dello spazio notturno di nuovi soggetti in sella alle loro biciclette, quali unici portatori di notizie stampate in una scena da neo-realismo. Dove l’idioma di zavattiniana memoria si flette e si arrichisce di altre e nuove sonorità linguistiche straniere congiungendo plasticamente la solitudine di Pezzingoli al sempiterno caos della città. Di questa città.

 

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BIOGRAFIA

Anselmo Calaciura nasce a Palermo il 9 gennaio 1934. All’età di quattordici anni esordisce come “apprendista” al Giornale di Sicilia con un articolo col quale recensiva sulla terza pagina Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini . Da quel momento in poi è sempre in bilico tra studio e approfondimento letterario e artistico con la passione per il tea- tro, è critico teatrale al Giornale di Sicilia, è tra i fondatori del gruppo Aziz (1970) insieme a M. Perriera, Luhan Rexha, G. Montemagno, Antonio Marsala, Salvo Licata. È autore e regista teatrale, ha una forte attitudine al commento e all’analisi, mai di superficie, interessato com’e- ra non tanto alla registrazione dei fatti quanto a capire perché certi fatti accadano, abbraccia senza dogmatismi una forte passione civile. Calaciura, quindi, tra politica e cultura sempre più teso verso i nuovi movimenti culturali che nascono anche come reazione alla politica così come era, comincia a dirigere la terza pagina del Giornale di Sicilia dove dà ampio respiro a tutte le novità che vanno dalle opere di esordio di Franco Scaldati (fu lui che per primo riconobbe l’originalità del tea- tro sotterraneo del sarto) fino alle recensioni delle opere fotografiche dei giovani autori e, soprattutto, fanno ingresso, per sua iniziativa, nella fucina culturale del giornalismo alcuni giovani attratti dal teatro dal cinema e dalla letteratura.
Egli sente in prima persona l’insufficienza della parola giornalistica intesa ed utilizzata solo nella sua potenzialità cronachistica e avverte l’urgenza e la necessità di una parola creativa dotata di un suo potere

poliedrico pregna di metafora che sia in grado di superare la parcelliz- zazione della realtà per cui immagine, suono e arte teatrale e per sino film, documentari e notiziari televisivi iniziano a fare parte del suo atteggiamento giornalistico. Pubblica per il teatro Era di maggio, sul bombardamento avvenuto a Palermo durante la seconda Guerra Mondiale dove perde la vita Peppe Schiera, poeta e cantore popolare palermitano, e mette in scena alcuni testi di Franco Scaldati.

La sua vita di giornalista è stata scandita da tre eventi principali che dominano la storia recente non solo di Palermo, ma della Sicilia intera: il terremoto del Belice, l’uccisione del collega de il Giornale di Sicilia, Mqario Francese, e il maxiprocesso alla mafia . A proposito del terre- moto del Belice Calaciura constata, oltre alla tragica scomparsa delle vite umane, la sparizione della civiltà contadina siciliana. Vede nello spostamento epocale delle masse contadine dal loro mondo verso nuovi habitat, senza memoria né agio, la inevitabile conseguenza della perdita di identità, la tragedia di questa gente era la solitudine …senza la possibilità di sperare che ci fosse un futuro. Come inviato del giorna- le Calaciura registra, vive e commenta questa tragedia come occasio- ne di analisi e comprensione del potere e il suo nesso con le masse disa- giate. Il secondo evento tragico porta la data del 1979 e riguarda l’as- sassinio del suo collega Mario Francese. Dotato di uno stile nuovo, non da giornalista cancelliere, bensì da chi, dallo scrupoloso pedinamento della realtà, aveva ricavato forza per le sue indagini e per i suoi artico- li d’inchiesta per i quali venne barbaramente ucciso, dirà Calaciura …da allora la mia prosa divenne più cattiva. Il terzo evento cruciale nella sua carriera di giornalista è rappresentato dal MaxiProcesso. ….Era la prima volta che si parlava in un aula di giustizia di mafia senza reticenze…era veramente il momento in cui una società si spacca- va, si divideva e tutti ci siamo guardati l’uno con l’altro.

Dopo più di quarant’anni di professione come critico teatrale, caporedat- tore e inviato speciale al Giornale di Sicilia, Anselmo Calaciura andrà a dirigere L’Ora dal ’90 al ’92. A conclusione di quell’esperienza e dopo il fallimento di un ultimo progetto, la realizzazione di un quotidiano espressione della città, radicata nella città, di proprietà dei lettori, il Cittadino si ritira a vivere a Pezzingoli.

Muore a Palermo il 17 luglio 2009 in seguito ad una operazione chirurgica.

 

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di Luisa Mazzei

 

Le ragioni di un intervista e il filo rosso di una memoria personali

Durante le fasi di preparazione che hanno condotto Nosrat Panahi Nejad a realizzare la sua videointervista con Michele Perriera, dalla quale aveva poi tratto il docufilm: Michele Perriera frammenti di un romanzo d’amore, Nejad si era più volte imbattuto nel  nome di Anselmo Calaciura sia  perché presente sulla scena teatrale palermitana, al di fuori degli spazi istituzionali, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, sia nella sua qualità di direttore del giornale L’Ora, Tra il ’90 e il ’92, questa  volta  impegnato nel sostenere la candidatura di Perriera a direttore  del teatro Stabile Biondo di Palermo.

Fonte principale di queste notizie, oltre alle dirette testimonianze di alcuni fra i protagonisti di quegli anni ( da Gabriella Savoia a Gabriello Montemagno, da Beno Mazzone a Piero Violante  fino ad Antonio Marsala e Letizia Battaglia) era stato l’appassionato libro autobiografico di Michele Perriera Romanzo d’amore,( Pa, Sellerio 2002), in particolare il primo volume, L’Apparizione, infatti,  le pagine di questo libro restituiscono un quadro molto vivace di quelle che erano le energie, le pulsioni i desideri di un gruppo di giovani intellettuali   accomunati  dalla passione per il teatro al di fuori del teatro, alla ricerca, cioè, di nuovi spazi, di linguaggi scenici nuovi, nuove modalità di regia e di nuovi contenuti.

In particolare, la presenza a Palermo, grazie alle Settimane Internazionali di Nuova Musica che conobbero sei edizioni fra il ’60 e il ’68, delle avanguardie artistiche e culturali fece della città un polo tutt’altro che marginale, capace di attrarre le elites intellettuali europee.  La ricerca sul linguaggio, il concetto di interdisciplinarietà tra il teatro,  il cinema, la musica e  le arti  aveva portato, per quanto riguarda il teatro, alle messe in scena dei testi del Gruppo 63 e  in questo contesto, a seguito del  passaggio da Roma del Living Theatre, proprio mentre a Palermo si teneva il convegno del  Gruppo 63, Bartolucci introdusse nella discussione generale il concetto di scrittura scenica, nel ’65 Giuliano Scabia e Carlo Quartucci  firmano il manifesto Per un’avanguardia italiana,nel ’67 nel convegno di Ivrea per un Nuovo Teatro, al quale partecipano critici, registi e musicisti, per la prima volta, la neo avanguardia tenta una riflessione teorica su se stessa mentre contesta duramente le strutture teatrali ufficiali e si affrontano i temi del teatro laboratorio e del  teatro collettivo, dell’acquisizione di un nuovo pubblico attraverso la creazione di nuove strutture organizzative e non ultimo il rifiuto della delega all’espressione da parte della società, si rivendica il diritto di chiunque di utilizzare il mezzo del linguaggio teatrale per esprimere la propria realtà umana.

In questi anni opera  Anselmo Calaciura che sente come un impegno morale, un dovere di testimonianza la possibilità di misurarsi oltre che nel giornalismo, nella cronaca, nelle recensioni anche in un impegno concreto, creativo in una sorta di auto formazione attiva. Nel ’69 si cimenta nella regia de L’edificio di Michele Perriera, di questo spettacolo sappiamo poco, sappiamo che le prove erano durate due mesi, che l’azione si svolgeva in una scenografia immensa e che tutto era pronto per il debutto, compresi manifesti e inviti, tranne che un ripensamento del regista sulla data di esordio dello spettacolo aveva portato all’ammutinamento da parte degli attori.

Ecco che dalle ceneri di questo spettacolo, si fa strada l’urgenza della creazione di un nuovo spazio ideale e concreto per superare quella che Calaciura definisce l’imponderabilità teatrale palermitana,  uno spazio in grado di mettere insieme diverse esperienze teatrali in modo da essere più forti, nasce nel 1970 Aziz  l’associazione teatrale … che confederava alcuni dei personaggi e dei gruppi teatrali più noti… della città  (Perriera,2002)   per  offrire nuovi spazi alla promozione di attività teatrali  alternative.

Calaciura partecipa alla programmazione di Aziz con uno spettacolo dal titolo Sono ancora e per lungo tempo tratto da Jarry e Apollinaire che, come del resto anche gli altri spettacoli in cartellone, anche questa volta, non andrà mai in scena perché la produzione di  Morte per vanto di Perrieraaveva assorbito la totalità delle risorse che erano state ricavate da una entusiasmante campagna di abbonamenti.

Portano la firma di Anselmo Calaciura  alcuni degli articoli, filmati da Nejad nel suo Franco Scaldati il pozzo del teatro, che appaiono sul Giornale di Sicilia  eche recensiscono gli spettacoli della Compagnia del  sarto.

Infatti, in quegli stessi anni, operando in un contesto completamente diverso, lontano dalle suggestioni delle neoavanguardie, dall’agitprop ai cantieri navali o dalla ricerca universitaria, Scaldati formava una compagnia animata dall’intento di fare  un teatro assolutamente libero, di gioco, di gioia e quindi di poesia ( Scaldati, Rubattino, 1997), dapprima in un piccolo locale al centro della città, La locanda degli elfi, e successivamente al Re di coppe.  Anselmo Calaciura ha avuto il merito di essere stato  il primo a capirne l’originalità poetica, a capire che si trattava di esperienze importanti, assolutamente originali, le più cariche di conseguenze, quelle che più hanno stimolato l’immaginazione  artistica della generazione successiva.

E Nejad ancora una volta si imbatte nella sua firma, adesso in calce alla regia di Facciamo l’amore. Capriccio in un tempo di Franco Scaldati del 1980.

Un interesse particolare su questo giornalista diverso,  in qualche maniera atipico, che era stato autore, regista e critico teatrale, inviato speciale del Giornale di Sicilia e in seguito direttore de L’Ora e che da alcuni anni viveva in un silenzio sempre più assordante cominciava a farsi strada nella mente di Nosrat che cercava di colmare uno spazio vuoto per quel che riguarda  il rapporto tra il giornalismo e la cultura negli anni ’70    nella ricognizione intorno alla città  che era cominciata con il video ritratto dedicato nel 1994 a Nicolò Scafidi, grande fotografo che in quegli stessi anni lavorava al giornale L’Ora spesso fianco a fianco con De Mauro.

Sapevamo quindi del suo silenzio civile che durava da oltre dieci anni, lo sapevamo ritirato in un angolo di mondo sufficientemente lontano dalla città …Da qui Palermo mi duole di meno, molto di meno… da non sentirne gli schiamazzi e i cattivi odori, in una condizione di auto esilio.

Queste le ragioni di un incontro, le ragioni che spingono Nosrat a salire fino a Pezzingoli per completare quel mosaico di testimonianze, memorie e voci che è il vero e profondo legame che lo mette in relazione  con la città, tentare di dare voce,  partendo da un’esigenza di conoscenza propria, una volta ancora a chi ha speso la propria vita inseguendo un sogno, un’utopia a chi ha cercato di fare questa città migliore abbracciando anche, come in questo caso,  cause già perse in partenza.

Non nego di avere immaginato Anselmo, così come lo ricordavo, con uno sguardo sarcastico e sornione, pronto a gelare qualsiasi iniziativa.

Perché per me Anselmo era stato soprattutto il padre del mio compagno di scuola Giosuè.

Avevo frequentato, abbastanza assiduamente, durante gli anni del liceo, dal ’75 al ’79, la casa dei Calaciura  quando abitavano in via dei Nebrodi,  e per quel padre, raramente presente, provavo una certa soggezione, curiosità,  ma anche un  atteggiamento, tipico dell’adolescenza,  di opposizione.

In particolare riusciva difficile da accettare il fatto che  talvolta Giosuè non potesse uscire perché doveva fare la “guardia” alle macchine fotografiche del padre! E non erano nemmeno molto confortanti il suo sguardo e il suo tono sarcastico quando entrando in camera del figlio e  trovandoci  intenti a studiare dicesse : Ma che cosa fate? Come dire tanto non ci sono speranze!

Ma, a parte queste rare incursioni paterne la casa di via dei Nebrodi  era un luogo franco ed esercitava un fascino particolare su di me e un grande potere di attrazione.

Si entrava subito nel cuore della casa, senza spazi di rappresentanza, perché la porta che dall’ingresso immetteva in salotto era sempre aperta, subito al di qua di questa porta un tavolo rotondo di vetro, e in fondo sulla sinistra campeggiava un hollywoodiano divano bianco anch’esso rotondo,  e che dava a quella casa un’impronta di modernità, libri,  dischi e foto in bianco e nero erano dappertutto e sulle pareti lo sguardo poteva perdersi nel colore e nelle linee sinuose di animali straordinariamente variopinti, fantastici, bellissimi, frutto delle visioni e delle abili mani di Grazia Cianetti, mamma di Giosuè che proprio in quegli anni firmava i costumi per In forma di rosa  uno spettacolo di Scaldati prodotto dalla Compagnia Fondazione Biondo. Ricordo in particolare gatti e farfalle, la casa era inoltre abitata da animali veri, veri gatti e da due gemelli di dieci anni quasi identici allora nei lineamenti ma profondamente diversi per attitudini, ma entrambi portati per la scrittura, Nando se ne andava in   giro con un quaderno nel quale era  intento a scrivere un trattato di botanica e Alessio scriveva storie:_ Il re vennero!  Era inutile spiegargli che  se il sostantivo soggetto è singolare il verbo si coniuga al singolare, perché Alessio ti rispondeva che il re non viene mai da solo ma è sempre accompagnato da un seguito. In fine Serenella,  sei anni, assimilabile ai gatti per la sua predisposizione ad accoccolarsi sulle nostre gambe.

In quella casa  dove non si profanava nessun tabù di ordine e pulizia, abituata ad ospitare un’umanità vivace e creativa, e che talvolta mostrava le cicatrici di tanta vivacità in  piccole disfunzioni talora più disagevoli, come la rottura della maniglia del bagno, tal altra meno, e  che io avevo eletto a casa per antonomasia, proprio per la sua innata predisposizione all’accoglienza,  era assolutamente naturale sedersi intorno al tavolo rotondo e con la serietà di chi ci crede veramente fare riduzioni di testi teatrali che sarebbero stati poi da noi messi in scena, con esiti improbabili, insieme ai nostri compagni o crearne di nuovi sul filo di una scrittura che dalla scena arrivava al testo, era il nostro gioco, la nostra utopia… Credevo di non avere né padri né madri in quella dimensione assoluta che è la creazione di qualcosa, non prestavo attenzione al fatto che Anselmo in quegli stessi anni e anche prima si fosse cimentato in regie o che si fosse dato la pena di ricercare spazi alternativi ai pochi disponibili per potere fare arrivare alla città un linguaggio teatrale nuovo.

E nemmeno pensavo minimamente a lui quando su iniziativa di Giosuè  andavamo a trovare Scaldati che allora lavorava al Re di coppe in via Cusmano, ero convinta di vivere un’esperienza, una conquista nostra.  Non realizzavo che stessi camminando su orme già tracciate.  E non sapevo   di avere camminato sul quel solco anche quando, dopo aver abitato solo lo specchio magnifico dell’altra città, quella della ricchezza e facilità di vivere, attraversavamo,  tornando a piedi  da qualche corteo, voci suoni odori sguardi di una Vucciria allora vitalissima, seguendo i passi di Anselmo che poco prima vi aveva trascorso un’intera giornata col suo amico Renato Guttuso.

Certamente mi muovevo con attenta circospezione quando, dopo aver fotografato la città barocca, per la professoressa di Storia dell’arte, Giosuè mi permetteva  di condividere  l’esperienza dell’apparizione di un’immagine in bianco e nero dal bagno maleodorante di acidi  nella camera oscura di Anselmo. Ma lo vivevo come uno spazio, almeno per la breve durata di quell’evento, del tutto autonomo.

O forse tutto questo lo sapevo allora, ma era come un retro pensiero.

Poi sono trascorsi trent’anni, nel corso dei quali di tanto in tanto  per strada con i sacchetti della spesa  o nella mia la mano dei miei figli mi sono imbattuta in  Grazia,  qualche fugace parola, notizie  saluti, ma dietro il suo sorriso e il suo sguardo  dolce un po’ felino, un po’ sornione ho sempre avuto la certezza che si custodisse un segreto che ha a che fare con quegli anni.

 

Poi  improvvisamente Pezzingoli, in quella casa  lontana da tutto ad ascoltare quello che avevo sempre saputo, a ripercorrere un cammino a ritroso  e ritornare a quegli anni e capire che da lì avevo mosso i miei passi che mi avevano portato a cercare il mio teatro fuori da Palermo nella determinazione di formare il mio linguaggio, di ricostruire una mia identità.

 

Mentre Nosrat riprendeva  e intervistava Anselmo io riconoscevo nell’armonia degli spazi, nella disposizione dei mobili, negli scaffali pieni di libri e di dischi, nella logica dei quadri alle pareti, nella scelta delle suppellettili, in quel ordine semplice e funzionale espressione del suo mondo interiore quella sensazione di piacere  di accoglienza di intima felicità che già avevo provato  in un’altra casa sua trent’anni prima.

 

 

La video intervista, che sarà pubblicata integralmente sulla rivista Margini, è realizzata con la funzione di essere pensata come materiale profilmico, dal quale ricavare, per  sottrazione, per asportazione di materia, ciò che poi sarà il film.

Ha quindi finalità  e modalità  che non sono quelle della pubblicazione. La figura dell’intervistatore in questo caso coincide con quella dell’operatore e del regista, il quale con le sue domande, il più delle volte brevi interventi,  fa in modo che l’azione progredisca secondo un ritmo dettato oltre che dal discorso, anche dall’inquadratura secondo il filo di una regia palese.

 

 

È ancora una volta un cuntu civile quello che si ripropone con questa videointervista, il grado minimo del teatro, quello costituito da un attore che narra  difronte ad  almeno uno spettatore. L’attore  narra di fatti di vita civile, perché è attorno al logos che prende forma il senso del vivere comune.

 

 

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 Conversazione di Nosrat Panahi Nejad con  Anselmo Calaciura
a cura di Luisa Mazzei

 

Pezzingoli, 15 maggio 2009

 

 

 

[Rivolto a me, portandomi in giro per il giardino  e  indicandomi una pianta fiorita dalle corolle enormi]

 

Anselmo: questa è la parte dei fiori,che mostri! non fiori, ma mostri!

 

[attraversa il giardino soffermandosi ora su una pianta ora su un’altra, prende un annaffiatoio, lo riempie e annaffia le petunie che aveva appena  travasato  poco     prima del nostro arrivo]

Anselmo:  Nosrat, c’è una passeggiata che faccio sempre, mi segui? Tu vieni? Andiamo. Vado al carrubo Maria, vado al carrubo!

 

[Si siede sotto il carrubo].

Vedi, questa è la casa dell’ombra e del silenzio totale e io vengo sempre qua. E poi c’è una cosa singolare, vedi  questo gelso quanto si è prostrato di fronte alla grandezza del carrubo che lo ha sopraffatto?

È una vittima, guarda come si è  piegato, striscia per terra.

 

Nosrat: Quanti anni ha questo carrubo?

Anselmo: Mah, è secolare certamente, almeno avrà   trecento anni, era anche più grande, la metà è crollata  perché si è rotto sotto il peso della neve no quest’anno, alcuni anni fa perché        qui nevica. Peccato, metà d’albero.

 

Nosrat : Da quanti anni vivi qua?

Anselmo: Adesso da quasi un quarto di secolo, da ventitré anni, insomma.

 

Nosrat: Come mai hai scelto di vivere qua?

Anselmo: Mah, non ho mai amato vivere in città, e quindi questa mi è sembrata la soluzione migliore, poi la cosa che mi ha particolarmente persuaso è stato il silenzio. Ce n’ era di più quando sono venuto qua, adesso comincia a popolarsi, ma comunque, … l’estate è il periodo peggiore, perché arrivano tutti quelli delle seconde case … sì che hanno un’idea di rapina della natura:  venire, rapinarla, approfittarne il più possibile e andare via, sporcare, fare fumi di arrosti e sgombri e poi si va via, nessuna cura per le case, nessuna cura per le acque e qui     è importante avere cura delle acque, perché a parte il fatto che si tratta di zone franose, le zone di montagna sono tutte franose, qui le acque possono essere anche molto impetuose in inverno, quando piove molto, allora purché quelle quattro pietre restino in piedi…

 

Nosrat: Il rapporto con la città, quindi, è limitato?

Anselmo:Molto limitato, direi, adesso quasi raro.

 

Nosrat: E da qui come si vede Palermo?

Anselmo: Mah… da qui si vede bene Palermo, perché sullo sfondo c’è il mare, c’è il Monte Pellegrino, quando è chiaro ed è limpido, perché c’è stato un po’ di vento, si vedono le Eolie, quindi uno spettacolo eccezionale.

 

Nosrat: Come si sente?

Anselmo: Palermo da qui? No, non si sente, si vede questa striscia di sporco che la sovrasta. È come quando si accendevano gli zolfanelli, un tempo, e si vedeva questo fumo grigiastro e così è Palermo  ha questa striscia gigantesca di smog di sudicio…e penso ai miei nipoti che respirano quell’aria.

Nosrat: Questo carrubo è bellissimo!

Anselmo: Sì  è bello, poi questo carrubo ha il merito di essere il libro dei sogni e delle avventure dei miei nipoti, tutti sono passati da qui aggrappandosi a questi rami e non riuscendo più a venir giù ah ah [ride] quindi creando situazioni di grande scompiglio perché non riuscivano a venire giù.

 

Nosrat: C’è un tappeto di carrube secche!

Anselmo: Di carrube secche, sì quest’anno quelle nuove sono poche, le carrube solitamente sono una quantità sterminata, guarda sono ancora piccole, solitamente sono una quantità enorme, quest’anno l’annata è stata particolarmente dura[un cane al di là del confine comincia ad abbaiare]… non gradisce,[ riprende ad abbaiare]sta’ buono … ogni giorno mi riserva questa furiosa accoglienza, però c’è una curiosità amichevole perché scodinzola,  quindi … molto, molto preoccupato…

Vedi, quando vengo qui vengo preso da questo piacere … che non vorrei retoricamente definirlo assoluto, ma vedi questo degradare dei verdi che salgono fin lassù a quella chioma altissima di eucalipto, che è un albero estraneo a questa natura ...[ il cane abbaia].. è una rottura, vado dentro? Mi seggo. Ah, tu adoperi il treppiede per basculare la telecamera…

 

Nosrat: vorrei cominciare a porti delle domande, quando ti stanchi me lo dici e mi fermo.

Anselmo: sì

 

Nosrat: Quando è incominciata la tua attività di giornalista, nel ’68?

Anselmo: 1968? No! Molto prima, io ho cominciato che avevo quattordici anni.

 

Nosrat: Quindi eravamo nel?

Anselmo: Quindi eravamo, sono nato nel ’34, nel ’48

 

Nosrat: Ci sono tre date importanti che segnano la tua attività, una è il terremoto del  1968…

Anselmo: Sì

 

Nosrat: … La morte tragica di Mario Francese, poi il maxiprocesso.

Anselmo: Sì ci sono molte altre date, insomma, ma queste tre date io le considero degli spartiacque per quel che riguarda la consapevolezza del fare il mestiere di giornalista.

 

Nosrat: Ecco partiamo dall’inizio, nel ’48 cominci a fare l’attività di giornalista dove e quando…

Anselmo: Ma, non è che cominci a fare la vita del giornalista, ero nel ’48, io dico inizio lì   perché pubblico il mio primo articolo.

 

Nosrat: Dove?

Anselmo: Lo pubblico sul Giornale di Sicilia e, cosa incredibile, lo pubblico sulla terza pagina, ed era un articolo che riguardava Elio Vittorini. Ora Elio Vittorini è quasi dimenticato, ingiustamente dimenticato, allora, invece, era il creatore del Politecnico lo scrittore di alcuni libri importanti come la Conversazione in Sicilia o Il garofano rosso ma, comunque, Conversazione in Sicilia infatti io questo articolo l’ho dedicato alla Conversazione in Sicilia e questo mi creò delle inimicizie, perché fui ritenuto troppo   giovane per accedere alla terza pagina, che era una specie di sancta sanctorum allora poi, da        allora, cominciai a fare delle saltuarie collaborazioni fintanto che finivo gli studi e, quindi,   da allora non ho mai smesso di fare questo mestiere. Certo, l’articolo su Vittorini non si può dire che fosse il mestiere del giornalista apriva, però, un capitolo importante nella mia vita, che era la consapevolezza che non ci sarebbe stata mai una scrittura efficace, completa, credibile se non fosse stata quanto meno permeata di metafora, e poi erano anche i tempi delle mie prime scoperte letterarie: la scoperta della letteratura americana che cominciò con quel formidabile libro di Elio Vittorini che era, appunto, Americana con Cesare Pavese e due anni dopo il trauma del suicidio di Cesare Pavese nel ’50, non posso dire che quella cosa mi segnò, ma mi pose una serie di interrogativi.

Interrogativi che poi, col tempo, trovarono altri interrogativi e pochissime risposte: il rapporto tra pubblico e privato, pubblico era il Pavese che aveva fatto una scelta politica precisa, il Pavese dell’impegno politico e il Pavese scrittore, e dall’altra parte, invece, il Pavese uomo, il Pavese che si uccideva per una donna!

 

Nosrat: Quindi già  in qualche modo emergeva questa doppia tendenza: da un lato, un’attrazione verso la letteratura e dall’altro l’attenzione verso la cronaca?

Anselmo: Sì,

 

Nosrat: Questo binomio, quindi, ti accompagna per tutta la vita

Anselmo: Questo binomio non solo mi accompagna per tutta la vita, ma in qualche modo è una specie di nodo mai sciolto, di nodo drammatico, perché ancora oggi sono convinto, anzi più che mai, più di prima, che la parola al giorno d’oggi sia totalmente insufficiente, a meno che non sia una parola creativa, non sia la parola della poesia, non sia la parola della letteratura, ma della letteratura vera, non quella di consumo che è oggi ritenuta la letteratura perché vende i libri, perché ha successo.

Trovo incredibile che oggi si possa praticare la cronaca giornalistica senza avere il supporto dell’immagine, il supporto dei suoni, cioè senza essere quell’espressione completa che, ad esempio, è il cinematografo, specialmente il cinematografo documentaristico. Oggi la televisione anche, quando è buona televisione, quindi questa carenza della parola della cronaca, fu una cosa che avvertii per tutto il tempo della mia vita di professionista  per cui avevo più interesse al commento che non alla cronaca, per grandi linee è questo il senso della mia vita di giornalista.

 

Nosrat: L’attitudine al commento. Hai parlato della tua passione per l’immagine

Anselmo: No, non è una passione, è una completezza…

 

Nosrat: È una necessità!

Anselmo: Sì.

 

NosratE poi, anche questa nel corso della tua attività verrà fuori, verrà sviluppata: darai esempi sia nel campo del documentarismo, sia nel campo del giornalismo puro

Anselmo: … Nel campo della fotografia!

 

            Nosrat: Della fotografia? Andiamo per ordine, arriviamo a queste tre o quattro date,  ecco,  partiamo dal terremoto, il terremoto del ’68 che effetto ha avuto, che tipo di ricordo o memoria hai di quei fatti? Come hai applicato, soprattutto, questa nozione del giornalismo da commento.?

Anselmo: Il terremoto era non soltanto i morti, la distruzione, era la liquidazione di un mondo, questa cosa la disse molto efficacemente Leonardo Sciascia: parlò di liquidazione, liquidazione di un mondo, era la liquidazione del mondo contadino, il che forse non era una gran perdita, per quello che era il mondo contadino, la cultura contadina così chiusa, così retriva, così  poco incline alle novità, e  a ciò che avrebbe potuto in qualche modo continuarla.

Ma non era questo importante, non era importante l’immagine del futuro che si poteva creare dopo questa terribile frattura, dopo questo terribile atto di liquidazione, era importante prendere atto della solitudine estrema di queste persone che si trovavano all’improvviso proiettati in un mondo che non conoscevano, che non gli apparteneva, che non era più il loro mondo.

Una di queste cose era, ad esempio, la continua sollecitazione ad andar via, cioè era lo stato che li sollecitava ad andarsene, erano gli anni ’60, erano gli ultimi anni del boom, insomma, l’Italia stava bene, cominciava a star bene, cominciava ad essere non dico sazia, ma abbastanza opulenta, e si capì, ad esempio, osservando la quantità incredibile di aiuti che arrivarono, mi ricordo che arrivavano camion che portavano generi di prima necessità, di seconda, di terza, di quarta necessità, voluttuarie anche, che non sapevano neppure dove   scaricare e venivano ammonticchiate queste cose, tutto questo ben di Dio, senza che nessuno ci facesse caso, c’era una tale abbondanza, una tale sollecitazione a venire in aiuto alla popolazione del Belice, in gran parte era dovuto all’effetto della televisione, mi ricordo di questa cosa … patetica, … dolorosa, terribile di Cudduredda, no? Cudduredda era una bambina che è stata trovata sotto le macerie e fu filmato in televisione, quasi in diretta, il momento in cui la tirarono fuori dalle macerie, ma poi non sopravvisse. Era Sergio Zavoli che fece questo servizio, e questa emozione che travolse l’Italia si tradusse in una disordinata quantità di aiuti, però non si veniva al fondo della ragione della tragedia, perché la tragedia, perché la tragedia di questa gente era la solitudine.

 

  [Pausa tecnica. Cambio del nastro]

 

Nosrat: Parlavi di questi aiuti

Anselmo: Sì, ti dicevo, appunto, che non riuscivano a compensare il dramma di queste persone, perché non avevano più futuro, perché il loro tessuto si era lacerato, e loro erano     finiti in una condizione di totale incertezza.

Erano un po’ come i precari di oggi, senza futuro, e senza la possibilità di sperare che ci fosse un futuro, questa era la grande tragedia, a parte i morti, a parte le distruzioni. Tant’è    che il Belice non è mai stato ricostruito, sono stati fatti i paesi nuovi, quelli che oggi  Berlusconi definisce le new town, e questo per dire appunto quanto questi fossero stati sradicati, e quanto si sentissero sradicati, senza continuità e quindi senza identità. Poi, a poco a poco, hanno ricostruito in qualche modo questa identità: per certi aspetti un’identità parassitaria, legata all’assistenzialismo. Ma ormai sembra un dramma dimenticato, ma  invece è un dramma ancora attuale, non il Belice, sono passati quarant’anni, non quello. È   attuale questa incertezza, questa solitudine del mondo contadino che non è più contadino, ma comincia ad essere vagamente imprenditoriale. Lì infatti le imprese si occupano quasi   tutte di vino, la nuova attività è il vino poi si scopre, si scopriva almeno a suo tempo che molta parte di questo vino era fatto con le cartine e l’acqua, cioè, l’uva non c’era. Era chiaro  che una certa logica del mondo contadino che era la logica della illegalità, non si può nemmeno definirla mafiosa, prendeva il sopravvento sulla costruzione di un mondo diverso,       di un mondo nuovo. Poi questi fenomeni sono finiti, ma forse perché sono stati repressi con grande attenzione, non lo so, ma comunque li sento ancora privi di identità.

Queste sono le ragioni per cui il terremoto, secondo me, segnò un momento importante  anche nella mia vita professionale, perché da quel punto, da quel momento in poi, incominciai a vedere il mondo siciliano, la Sicilia, il mondo contadino che c’era e ancora c’è come una realtà a sé stante, una realtà che non aveva eguali in tutto il resto dell’Italia e dell’Europa, suppongo, e quindi la difficoltà di entrare in un futuro in cui c’era un’Italia diversa, un’Europa .

Le difficoltà che abbiamo tutti sotto gli occhi con tutti i limiti, appunto, di ciò che non si è capito, di una classe dirigente che non aveva capito allora e che non ha capito ancora adesso, non il dramma del terremoto, ma che cosa possa essere futuro qui in Sicilia. E quindi questo mi portò a una svolta nel mio modo di fare cronaca.

 

Nosrat: Svolta di che tipo? Di una consapevolezza maggiore?

Anselmo: Piuttosto che accanirmi sui fatti che sembrano la cosa più importante nel giornalismo, ad esempio, quando si parla di mafia c’è questa mafiologia imperante, per cui si parla della famiglia X, Y, poi le discendenze, poi le ascendenze, cioè, si fa un gran pasticcio per cui credo che la gente veda questa cosa piuttosto come un racconto alla Padrino, un racconto alla Puzzo che non un fenomeno che li tocca da vicino, che li sovrasta e li vittimizza.

Mi sembrò di capire che il giornalismo non potesse mai perdere di vista le ragioni per cui i fatti accadono, e quindi mi premeva di più di vedere che cosa c’era dietro i fatti, che non esclusivamente il fatto, la narrazione cronachistica, forse questa era una della ragioni per cui preferivo il commento alla semplice narrazione di cronaca.

Invece, per quanto riguarda l’altra tappa importante, cioè la morte di Francese, l’assassinio di Francese, quello che mi colpì soprattutto fu l’evidenza che c’era un impegno umile, oscuro di una persona che non pretendeva niente, non voleva niente, non chiedeva successi, non chiedeva riconoscimenti però era stato capace di andare così a fondo nel suo lavoro, di essere così tenace da creare un tale imbarazzo nella mafia che si sentì costretta a punirlo, ad eliminarlo.

A fronte di giornalisti che chiedevano sempre che gli fosse appuntata una medaglietta, Francese non chiese mai che gli fosse appuntata una medaglietta, però fece molto, molto di più e di meglio dei medagliati, e questa mi sembrò, anche questa, una svolta c’è un impegno duro, continuo, non soltanto contro la mafia, ma contro tutto ciò che era storto e che c’è   ancora di storto in questa regione. Per cui da quel momento in poi ritengo che la mia prosa divenne più “cattiva”, tra virgolette.

 

Nosrat: Quindi insieme all’interesse per la politica, va avanti anche il tuo interesse per la cultura, l’attenzione verso la terza pagina del Giornale di Sicilia?

 

Anselmo: Sì, la cultura, te lo detto già prima, per me era importante, è stata importante     perché era l’unico modo di non avere un’immagine della realtà settorializzata, che non fosse appunto l’immagine della cronaca, il raccontino dell’omicidio o della cosca o, non lo so… di  una votazione all’Assemblea Regionale, ma che, appunto, dietro ci fosse molto di più e, t alvolta, di peggio. E questo lo può rappresentare soltanto un’immagine completa,   totalizzante della realtà, che è quella che si  sforza, non sempre ci riesce, di dare la letteratura, di dare la parola creativa, quindi l’interesse per la cultura, per la letteratura, per le arti era collegato a questo bisogno di avere un’immagine più completa della realtà, più sfaccettata, più profonda.

Non un’immagine episodica, perché vedi il grande limite del giornalismo è che si perde in    episodi, tant’è che cose molto importanti, cose direi fondamentali per la vita di un Paese, muoiono nello spazio di un mattino perché i giornali le tolgono dalla prima pagina, poi finisce in seconda, in terza, in quarta fino a scomparire del tutto. Il problema resta,  invece, ed è uno dei problemi fondamentali della vita di un paese e mentre il giornalismo, per  ragioni di opportunità, di commercio, di cassetta forse,  forse, non ne sono certo, è costretto  a fare [….]  la letteratura può insistere, può aprire spazi che il giornalismo non sa o non vuole    aprire … o non può aprire.

 

Nosrat: Queste pagine curate da te … veramente sono dense, sono piene… hanno uno  stampo letterario vero, … possono competere a tutt’oggi con giornali di tiratura nazionale … evidentemente tu eri circondato anche da collaboratori, delle persone giovani…

Anselmo: Sì, sì,  non soltanto persone giovani, ma anche collaboratori di grande qualità che io cercavo soprattutto di persuaderli a lavorare per noi perché non è che ci fossero molti soldi a disposizione, insomma, quando io chiedevo a Mazzacurati di scrivere un articolo non  è che venisse retribuito in maniera così allettante da fargli immaginare che poi ne avrebbe scritto un altro e allora io insistevo, dovevo cercare di persuadere e chi doveva scrivere e chi   doveva pagarlo, per cui era una cosa abbastanza faticosa, ma sai … nei giornali siciliani, per  quelle che sono le mie esperienze, la cultura è una cosa che si mette perché va messa, perché c’è negli altri giornali, tant’è che non si sbilanciano mai, spesso è cultura e società, che sembra una grande invenzione ma è soltanto un escamotage per mettere nelle pagine culturali robaccia. La robaccia della società, quella società che fa le mode, che sta nelle mode, che vive di mode … ed era uno sforzo notevolissimo, faticoso e soprattutto mal ripagato perché … chi s’accorgeva che, per restare nell’esempio, Mazzacurati valeva di più di   qualche scribacchino d’occasione? Non se ne accorgeva nessuno perché si trattavano cose   che non sempre erano alla portata del giudizio, ma questa credo che sia una cosa che vivono     molti giornalisti, la gran parte dei giornalisti, che per loro sventura sono costretti a occuparsi  di cultura nei giornali, tranne adesso, forse, e tranne che in alcuni giornali …

 

Nosrat: Arriviamo alla terza data importante, quella del maxiprocesso nel 1986.

Anselmo: Il maxiprocesso ha duecentomila caratteristiche tutte importantissime: primo,   contrariamente a quello che dicevano gli avvocati difensori, che in un certo senso avevano pure ragione, lì si guardava, non si processava, ma si guardava in trasparenza, con grande profondità il fenomeno mafia.

Beh, i difensori dicevano che il codice penale non processa i fenomeni, ma processa le persone, quello che fanno le persone, legittimo, vero, ma in una situazione come quella siciliana era difficile distinguere le persone dal fenomeno, e quindi era la prima volta chedietro le persone compariva questa … questo gigantesco arazzo del fenomeno.

Poi, era la prima volta che si parlava di mafia con elementi probatori certi, perché c’erano i racconti dei pentiti che erano racconti precisi, circostanziati che finalmente consentivano di guardare nell’organizzazione mafiosa non soltanto facendo supposizioni, ma avendo degli elementi concreti. Poi, era la prima volta che si parlava in un’aula di giustizia di mafia senza reticenze, e quindi era un momento di svolta, era talmente importante questo momento di svolta che certamente quello che accadde dopo il maxiprocesso, quello che la mafia ha fatto dopo il maxiprocesso dice quanto quel processo sia stato importante, sia stato la svolta, e stare lì a  misurare la temperatura a questa situazione era una cosa molto appassionante, quindi questa cosa che all’inizio pensai dovesse essere noiosa, ripetitiva, invece mi appassionò molto, e poi devo dire che fu seguito con grande scrupolo, nel senso che solitamente nei giornali i processi, le cronache dei processi finiscono alla richiesta del pubblico ministero perché si possa dire: il pubblico ministero ha chiesto cinquanta ergastoli duemila anni di prigione, e lì finisce il processo, poi si aspetta la sentenza, invece c’è stata in quella occasione, devo dire col mio impegno anche,  la possibilità di seguire  le argomentazioni della difesa, delle difese, e anche questa era una cosa estremamente interessante e quindi questo rappresentò un elemento di novità, non so quanto seguìto in    seguito.

Poi, era un fatto epocale, diciamo che era un fatto epocale almeno per la Sicilia e poi lì, veramente, si finì col guardarsi in faccia, in tutte le direzioni, ma anche nelle redazioni dei giornali …

 

Nosrat: In che senso?

Anselmo: Nel senso che si incominciò a capire quali erano gli atteggiamenti dei giornali, dei proprietari, dei direttori rispetto al fenomeno mafioso, soprattutto rispetto a quello che  si andava scoprendo, cioè il rapporto tra politica e mafia, tra istituzioni e mafia, tra società    civile e mafia e quello era un punto importante, discriminante, non era più come un tempo il raccontino del delitto,  era veramente il momento in cui una società si spaccava, si divideva e tutti ci siamo guardati l’un con l’altro, e a partire da quel momento, si fecero scelte molto importanti. Io, ad esempio, scelsi di andare via dal Giornale di Sicilia.

 

Nosrat: Perché?

Anselmo: Mah, io non accuso nessuno, però non  mi sembrava il migliore l’approccio che il Giornale di Sicilia aveva con il problema del rapporto politica e mafia, non mi sembrava quello più corretto, quello  che più avrebbe potuto mettere a fuoco le responsabilità di una classe politica in generale, di destra, di centro e di sinistra, ma soprattutto di centro, di quello che allora era il centro.

 

Nosrat: E così cominciò l’esperienza de L’Ora, la direzione de L’Ora?

Anselmo: Sì, andai a dirigere il giornale L’Ora.

 

Nosrat: Che anno era?

Anselmo: Era il ’90 o il ’91

 

Nosrat: Come andò la tua esperienza di direzione in quei due anni?

Anselmo: No, due anni no, un po’ meno! Come andò?

Era un’esperienza importante, anche esaltante perché si trattava di riprendere, di ridare quota a un giornale che era in caduta libera con una redazione buona tutto sommato, però con grande difficoltà perché soldi ce ne erano pochi anzi niente, perché si voleva tutto e subito, perché si volevano risultati immediati: si fece il cambiamento da giornale della sera a giornale del mattino si pensava che questa cosa dovesse dare un risultato immediato, i risultati nei giornali si cominciano a vedere,  ad apprezzare dopo due o tre anni, lì si parlava di due o tre giorni, insomma, per cui l’esperimento editoriale fu cattivo, l’esperimento      professionale fu ottimo.

 

Nosrat: La diversità del giornalismo, da un giornale all’altro in che cosa consisteva, oltre alla visione politica precisa? Era una modalità di fare le inchieste?

Anselmo: Mah, sai, le inchieste erano una totale rarità, come lo sono anche adesso, pochissimi fanno giornalismo d’inchiesta come se in Italia si fosse persa la forma del giornalismo d’inchiesta, infatti credo che ci sia rimasto solo Report a fare giornalismo d’inchiesta, il resto è silenzio. Più o meno, insomma. Ma, sai, un conto è fare il giornale   come lo vuoi tu, nessuno mi diceva come dovevo fare il giornale, lo facevo io da solo, e certo questo… non sempre era gradita questa libertà, e poi io non ero iscritto al partito    comunista, L’Ora era un giornale del partito, quindi per loro fu un grande sforzo quello di affidare il giornale ad una persona che non faceva parte dell’ apparatiscik, però nei confronti di questa persona certamente c’era maggiore attenzione, forse qualche sospetto, chi lo sa, non mi sento di affermare questa cosa totalmente, però, insomma, non era facile, non era facile superare le resistenze di un partito che era ancora molto stalinista. Tant’è che quando si è liberato di me ha rimesso immediatamente il giornale nelle mani dell’apparato, degli uomini di partito, è che non hanno potuto fare molto: il giornale dopo due mesi ha chiuso. Ma questo era… forse furono chiamati per questa ragione, perché si desse,  si arrivasse alla possibilità di chiuderlo cosa che, per la quale, io mi ero rifiutato nella maniera più categorica, ma comunque, acqua passata.

 

Nosrat: Nel periodo in cui tu lavoravi al Giornale di Sicilia c’erano  giornalisti come De Mauro, ecco, loro, forse, sul versante opposto camminavano nella stessa direzione oppure era qualcosa di diverso rispetto alla tua esperienza?

Anselmo: No, no, avevamo esperienze completamente diverse, perché, ad esempio, De Mauro e altri lavoravano sulla cronaca nera e io no, io non lavoravo sulla Cronaca nera, io in quegli anni mi occupavo di Esteri, di Interni, di Politica estera, di Politica interna non mi occupavo delle stesse cose di cui si occupava De Mauro. Certo avevo delle opinioni precise su quello che accadeva in Sicilia, ma non ne scrivevo, perché non era quello il settore nel quale lavoravo: i giornali sono settorializzati, hanno delle redazioni che sono divise all’interno: Esteri, Interno, Cronaca giudiziaria, e quant’altro, Spettacoli io non mi occupavo di Cronaca in quegli anni, che erano gli anni ’70.  Io mi occupavo di Esteri, tant’è che in  quegli anni se uno va a guardare la collezione trova parecchi commenti miei di politica estera.

 

Nosrat: Ti sei occupato anche di teatro oltre che di letteratura!

Anselmo: Si, facevo il critico teatrale al Giornale di Sicilia

 

            Nosrat: Ecco, questo mi permette di ritornare su questa tua vecchia passione, io ho trovato il tuo nome su una locandina  di Aziz, l’associazione culturale  che tu hai contribuito a  fondare intorno agli anni ’70 e che ha avuto il merito di presentare Morte per vanto di Michele Perriera, vi si annunciava una programmazione, diremmo oggi, interdisciplinare: si presentava il cinema, il teatro, soprattutto il teatro,  e tra le novità anche uno spettacolo con la tua regia.

            Si trattava di uno spettacolo che non andò mai in scena. Recentemente hai pubblicato un testo,  Era di maggio. In mezzo a questi due episodi, all’inizio uno spettacolo che non sei riuscito a mettere in scena…

Anselmo: No, io già provavo, avevo tentato di mettere in scena, ma con grandi difficoltà organizzative un testo di Michele Perriera, un testo molto bello che è L’edificio. Ma per ragioni organizzative, finanziarie non si riuscì ad andare in scena.

 

Nosrat: Era un testo scritto per il teatro?

Anselmo: Era un testo scritto per il teatro, e per una serie di ragioni che,  sai, sono quelle dell’imponderabilità teatrale palermitana, e Aziz nasce soprattutto da questa constatazione, che era difficile fare teatro, perché non c’erano i mezzi, non c’erano le persone, non c’erano i luoghi, mancava tutto, e Aziz nacque da questa idea di mettere insieme una serie di esperienze teatrali e non solo teatrali palermitane, in modo tale da essere più forti o, quanto meno, da apparire più forti agli occhi della città. E questo in qualche modo riuscì, perché    ricordo che si fecero un sacco di abbonamenti, cosa che a ciascun singolo non sarebbe mai riuscita. Quindi Aziz, di cui mi attribuisco la paternità, nonostante Michele Perriera sostiene che questa cosa l’abbia fatta Luan Rexa, che era un mio collega e carissimo amico, in realtà l’idea fu mia, perché, appunto, io mi trovai nell’impotenza di poter mettere in piedi uno spettacolo, perché mancava tutto: mancava il luogo, mancavano i soldi, per cui arrivato a un certo punto delle prove abbiamo dovuto mollare.

Aziz fu un passaggio importante per Palermo, molto importante, io non feci lo spettacolo perché le prove di Michele Perriera furono molto lunghe e io fui ben felice di non fare lo spettacolo per lasciare spazio a Michele, per il quale ho sempre avuto una fraterna amicizia.

 

Nosrat: La tua attenzione nei confronti del teatro continua, nella forma della recensione degli spettacoli, nella forma della scrittura...

Anselmo: Sì, ma io misi in scena alcuni spettacoli poi, ma pochi… non molti… però ci fu questa scoperta da parte mia di Franco Scaldati, che fu una scoperta significativa, importante sai, Scaldati non è che avesse questa grande popolarità a Palermo, lavorava in un localino di pochi metri quadrati, poi nessuno li recensiva, perché erano quegli spettacoli così detti minori, sembravano quelli delle filodrammatiche e, invece, non era così, non si trattava di             filodrammatiche, si trattava di esperienze assolutamente originali e importanti, soprattutto per la città, e quindi io mi resi conto di ‘sta cosa e andai a recensire uno spettacolo di Scaldati.

 

Nosrat: Che anno era?

Anselmo: adesso non me ne ricordo più, erano gli anni dell’inizio dell’attività di Scaldati,    credo che io abbia recensito Il pozzo dei pazzi, Il pozzo dei pazzi l’ho recensito, però non so se alla prima, o qualche anno dopo e, invece, ho recensito un altro spettacolo. Questi sono ricordi molto confusi, perché poi li ho visti tutti gli spettacoli di Scaldati, quasi tutti li ho recensiti, per cui è difficile, adesso, ricordare, e questo certamente aprì nuove prospettive al teatro a Palermo e, appunto, questa tentazione di essere sempre tra le due cose, tra il giornalista e il non giornalista, che mi sembrava, soprattutto, non una tentazione, ma una necessità, un dovere di testimonianza, insomma, che oltre al giornalismo c’era dell’altro, oltre a far cronaca, recensioni, c’era dell’altro, c’era anche la possibilità di un impegno    concreto, di un impegno creativo, perché no, e questo mi indusse a mettere in scena Scaldati, tre volte mi pare, sì, tre volte Scaldati, un’altra volta lo feci per la televisione, poi misi in scena uno spettacolo con un testo mio, ma adesso non mi ricordo più quali sono gli spettacoli che ho fatto, non li ritengo così importanti se non come elemento di un’esperienza, di tante esperienze che ho fatto nel corso del tempo.

 

Nosrat: Fino all’ultima pièce che hai scritto, Era di maggio..

Anselmo: Sì, Era di maggio: mi era stato chiesto,mi era stata chiesta questa pièce  perché si doveva celebrare la ricorrenza, non so se fosse il trentennale di, o qualcosa del genere, cioè del più forte bombardamento, il più devastante bombardamento che Palermo aveva subito nel ’43 e mi era stato chiesto questo testo, ma io lo feci  in due o tre giorni, lo buttai giù in due o tre giorni, poi fu messo in scena, ma io non lo vidi, non lo vidi neppure.

 

Nosrat: Un altro versante dei tuoi interessi poliedrici è la fotografia l’hai praticata per tantissimi anni, forse anche ora?

Anselmo: No, non più, no.

 

Nosrat: Questa attenzione verso l’immagine che poi ti porta verso il documentarismo

Anselmo: Nasce da questa necessità, da questa incompletezza della parola, che non sia la parola poetica, perché la parola poetica non solo è completa, ma è creata, è la parola nuova, è la parola che non c’è. La poesia è quello: creare la parola che non c’è. Cioè, con una parola che esiste creare una realtà che non c’è e nel mondo d’oggi la parola da sola, che non sia la parola creativa, che non sia la parola della poesia o della grande letteratura è assolutamente inefficace, come fai in un mondo in cui il suono, l’immagine, le atmosfere sono così, così documentabili, così alla portata a non usarle per esprimere qualcosa, per raccontare qualcosa?

E, forse, è questo il mio grande amore per il cinema, ecco, vedi, un amore di cui non ho mai poi portato a compimento… è il cinema perché non mi è mai stata data, stata offerta,  l’occasione di fare del cinema. Il cinema…

…Poi, in teatro arrivi a fare un certo tipo di esperienza, cioè, è questa l’esperienza che arrivi a fare col teatro: è che puoi scrivere quattro parole e, in teatro, farlo diventare tutt’altra cosa, perché la parola nel teatro ha un valore importantissimo, ma non assoluto, non è come nella  sola scrittura, perché tu la parola lì la rendi fisica, perché quando dici sedia non stai parlando di una sedia che viene suscitata in te, che si suscita nella tua testa quando leggi la parola sedia e quindi gli dai la forma che vuoi… le dai il colore che vuoi… no lì è una sedia precisa, con un colore preciso, una dimensione precisa, quindi la parola nel teatro diventa qualcosa di totalmente fisico, immediatamente fruibile, immediatamente evidente, immediatamente  producente. La bellezza del teatro come del cinema è questa:  che non hai bisogno di raccontare un suono, lo fai, non hai bisogno di raccontare un’immagine, la vedi; non hai bisogno di raccontare una sedia perché c’è già lì, è lì, in tutta la sua evidenza, in tutta la sua corposità, forse è questa la ragione per cui mi ha affascinato la fotografia, il teatro, il      cinema.

 

Nosrat: Si tratta di una visione molto, molto complessa della attività giornalistica, cioè dell’uso della parola e dell’immagine  evidentemente è ancorata ad una visione classica, umanistica, e questo giornalismo che aveva questo spessore … ora  come è ,ora come vedi da questo angolo tuo il giornalismo..?

Anselmo: Eh… non vorrei essere eccessivamente cattivo, e poi, soprattutto, non vorrei     essere quello che racconta come era ai suoi tempi: di come erano saporite le ciliegie ai suoi tempi, perché questa è una cosa molto patetica proprio della vecchiaia, ma… no,  alcune cose, però, le posso dire, posso dire, ad esempio, molto semplicemente, che ai miei tempi il giornalismo era drammatico, perché non solo ti dovevi intrufolare nella realtà per smorfiarla, per decrittarla, ma dovevi anche combattere con il tuo interlocutore, il tuo   direttore, il tuo caporedattore, il tuo caposervizio, avevi uno scontro con loro.

Oggi, invece, il giornalismo si è pacificato, nel senso che è diventato speculare con la realtà, non critico,  speculare con la politica, guarda un po’ come si fa oggi il giornalismo: il    giornalismo si fa mettendo davanti all’uomo politico il cono gelato del microfono, quello se lo lecca, racconta quello che vuole raccontare e il giornalista tace e, nel migliore dei casi, fa      qualche piccola domanda timida e sottovoce, il giornalismo è diventato questo. Cioè, è diventato una specie di cronaca assolutamente veritiera, ma inutile del potere. Il potere parla, tu lo riferisci, senza nessuna notazione critica, senza nessun dubbio, senza che tu faccia una piega. Ma, dico, di recente abbiamo visto Berlusconi che per due ore intere ha parlato in televisione raccontando la sua verità o la sua bugia in forma di verità, senza che nessuno gli facesse una domanda, senza che nessuno gli ponesse un dubbio. Questo è ancora giornalismo?

Se questo è giornalismo, allora io devo avere fatto un altro mestiere. E però, questi giornalisti del silenzio e dell’assenso sono ben pagati, hanno successo, stanno in televisione, fanno le presentazioni dei libri, non sanno spiccicare due parole, però insomma, hanno le   fisique du role e, perché un giovane che incomincia a fare il giornalista non dovrebbe immaginare di essere anche lui come questi, di potere essere anche lui così?

Io quando ho incominciato a fare il giornalismo, pur non apprezzando nulla di Indro Montanelli volevo essere come Indro Montanelli, dall’altra parte però, però come lui, curioso  come lui e, quindi, era diverso, era diverso il Paese quindi il giornalismo, che non dovrebbe essere speculare al Paese, ma critico nei confronti del Paese, oggi è diventato speculare al Paese, dicono e fanno la stessa cosa il Paese e il giornalismo, quindi dove sia il giornalismo non lo so più. Spero che questo, appunto, non significhi:  come erano buone le ciliegie ai   miei tempi! E quelle di adesso non sanno più di nulla. Insomma è un giornalismo insipido,     via! Il giornalismo di un Paese che corre il rischio di non essere più democratico, nel senso che non ci sarà un altro duce, un’altra dittatura,  ma qualcosa che prepari ad una accettazione acritica di un potere sempre più vasto, forte e inamovibile. Questa è la mia idea, spero di sbagliarmi. E che non sia vero che il peggio debba ancora venire.

 

Nosrat: Palermo adesso come la vedi da lontano ?

Anselmo: Mah, come una città disperata, senza volere esagerare, insomma. Disperata perché, appunto, non ha identità.

Quando pensi a una città hai subito una fisionomia, vera o falsa che sia, ma, insomma, una fisionomia ce l’hai negli occhi, la immagini: io di Palermo non  riesco più a immaginare una fisionomia, Palermo è fatta da un’infinita quantità di persone che stanno malissimo, senza diritti, disperati, senza lavoro, senza danaro e altri che vivono bene, anzi benissimo, e che   hanno voce. Hanno voce nella politica, hanno voce sui giornali, hanno voce nei salotti. Gli altri sono assolutamente privi di voce, non c’è, ad esempio, un giornale che ne parli, di loro. Un tempo c’era il giornale L’Ora che, bene o male, qualcosa di loro raccontava di questo eterno lumpen palermitano oggi non credo che abbiano più un veicolo per dire ci siamo, esistiamo anche noi, non c’è nessuno che lo dica. Sì, sono annotati quando fanno quelle cose sciagurate delle casse da morto portate in giro, delle scritte: Con la mafia si lavora! Viva la mafia! E allora sì, a quel punto ottengono un po’ di spazio, quando sono beceri, quando sono insopportabili, quando non sanno manifestare bene le ragioni della  loro disperazione. Ma si confonde la loro incapacità di manifestare bene, cioè, efficacemente le loro difficoltà con le loro difficoltà. Si pensa, appunto, che loro siano soltanto quello… la sottovalutazione, la strafottenza, l’indifferenza e star lontano da Palermo è una grande consolazione. Come diceva Sciascia: dall’estero l’Italia mi duole di meno! Da qui, Palermo mi duole molto meno.

 

NosratCome dicevi c’è molto silenzio.

Anselmo: Sì

 

Nosrat: Facciamo una pausa?

Anselmo: Sì.

                            [Comincia a fare freddo, ci avviamo verso casa, la telecamera continua a riprendere e lo segue]

Anselmo: Tu riprendi?

Nosrat: Sì, sto riprendendo. Possiamo continuare a parlare di Palermo, della complessità di questa città dove il confine tra il bene e il male è labilissimo: Palermo è una città dostoevskiana

Anselmo: Eh?

Nosrat: Dostoevskiana…

Anselmo: Ah! Sì

Nosrat: … dove il confine tra il bene e il male è talmente labile, che qualsiasi capacità di discernere può naufragare,  può non capire… dove tutte le sfumatura convivono in maniera compenetrata insieme, io penso che è, appunto, si tratti di una città dostoevskiana!

Anselmo: Ma, sai, questa complessità, però, potrebbe essere anche una ricchezza. Ma, non credo che la città sia ricca, anzi la città è molto povera, ma più che povera è depauperata, cioè impoverita.

È impoverita da un sistema di potere che non ha scrupoli, non ha interesse al bene comune,  questo è stato sempre il limite della società siciliana e in particolare di quella palermitana. Nessun… vedi, in molte città italiane c’è stato il sacco edilizio, la speculazione edilizia, ma in nessuna città italiana la speculazione edilizia è stata tanto brutta come a Palermo.

Quindi non soltanto si è commesso un errore, un reato direi, quello di distruggere   l’immagine di una città, ma non bastava distruggerla, la si è deturpata, cioè, volontariamente la città è stata deturpata, perché a far bene un palazzo non sarebbe costato di più che  farlo male, come è stato fatto, a farlo bello non sarebbe stato più costoso che  farlo brutto, come sono stati fatti i palazzi a Palermo. Questo è un elemento distintivo della città, far sempre la   scelta peggiore, in un paese intero che fa le scelte peggiori figurati quanto è peggiore quella palermitana, in cui lo sberleffo, lo sbrego sì,  è come un elemento della nostra realtà, della realtà in cui viviamo, deturpare, non soltanto deturpare il paesaggio, la città, la sua architettura, no deturpare tutto.

 

Dove sei? Hai freddo?  Vieni entriamo in casa, dobbiamo stare attenti che non si metta a piovere, se no le borse qua… si bagnano.

Luisa: Sì, ora vediamo cosa dobbiamo fare…

 

[siamo vicini alle scale che conducono in casa, mi mostra le sue piante, la vegetazione è fitta e rigogliosa, in prossimità del primo gradino c’è un vaso con una pianta molto particolare]                   

Luisa:  questa, come si chiama?

Anselmo: Sì, fa una specie di pellicciotto, si chiama Albertiana questo abete.

Luisa: È carina, molto carina,

Anselmo: sì, è molto carina, erano due uno è morto peccato,  però si stanno facendo dei vuoti, vedi? Peccato. Se fosse tutto compatto sarebbe molto bello, fa ‘sto pellicciotto in   primavera, poi diventa scuro, ovviamente.

Luisa: Qui è pieno pieno di alberi, non c’è una radura...

Anselmo: No, no

 

[Ci invita a entrare nella sua camera. La telecamera continua a registrare]

 

 

Anselmo: Sposto i giornali ancora devo finire… senti, io ho preso tutte le fotografie che ho trovato, quelle che sono riuscito a trovare.

Questa è praticamente la stanza in cui vivo…

Nosrat: .. un bellissimo spazio

Anselmo: … Perché, che vuoi che faccia?  mi vado sedendo un po’ qua e un po’ là eh! Eh!

Nosrat :Hai una bellissima libreria

Anselmo: Vivo in perfetta solitudine!

            Luisa:  Che fine ha fatto quel …

Anselmo: Che fine ha fatto cosa?

Luisa: Mi ricordo il salotto di via dei Nebrodi con quel divano rotondo bianco..?

Anselmo: Oh beh!

 

NosratQuesti sono i ritratti che hai realizzato tu?

Anselmo: Sì, questo è Renato Guttuso,

 

Nosrat: L’hai fatto tu questo ritratto?

Anselmo: sì questa fotografia l’ho fatta io

Nosrat: a quando risale?

Anselmo: risale a… boh,  non lo so, ah sì c’è la data: 16\12\’74 siamo andati… dopo che lui aveva dipinto la Vucciria, siamo andati assieme alla Vucciria, siamo stati un giorno a girare per la Vucciria.

 

Nosrat:  Ecco, come era Guttuso come pittore?

Anselmo: Ma, era un pittore bravissimo, un po’ pieno di sé … Non so quali fotografie farti vedere, qua sono mescolate tutte, le foto di famiglia, ah ecco questo era.. Sono delle foto che ho fatto ai pastori siciliani…  ed era stupefacente…

 

Nosrat: E dove siamo?

Anselmo: Gratteri, mi pare, un paese delle Madonie, era stupefacente guarda l’evidenza di questo bianco dei formaggi e del latte con il buio fitto dell’antro, queste facce scure…

 

NosratSono pubblicate queste foto?

Anselmo: Non  credo, non lo so, non mi ricordo o forse sì, boh!  Quest’atmosfera da  cose da  streghe[ridendo] fumi, vapori, le forme di formaggio, guarda che bellezza che sono, ma ce   n’è una che ti voglio fare vedere se la trovo. Poi mi piacevano questi contrasti forti  che ottenevo soprattutto nella stampa, perché le stampavo da me. Avevo un laboratorio fotografico attrezzatissimo, facevo anche le diapositive a colori, mi preparavo i bagni…   insomma, quando posso usare, quando potevo usare la manualità era per me una festa, chissà se la troverò mai. Guarda, Luisa guarda: Giosuè! come si chiamava ‘sta ragazza? Daniela!

Luisa: non lo so non la ricordo

Anselmo non era compagna vostra?

Luisa: No

Anselmo: Era riccioluto Giosuè, te lo ricordi?

Luisa: [sorrido e annuisco] di che periodo è questa foto?

Anselmo: Ma lì credo che fosse a ridosso della maturità… forse un anno dopo …o prima.

 

                        [Continuando a guardare tra il gruppo di foto]

 

Le facce guarda: le facce della mia gente. Questi sono i luoghi della tua gente, questo è un cimitero musulmano di Tehran, Guarda questa è la fotografia che ti volevo fare vedere.

 

NosratDove è stata scattata?

Anselmo: In Sicilia: passava il funerale dei bambini morti, guarda che facce! A me piace molto questa fotografia… Dov’è Nosrat?

Nosrat: qua

Anselmo: Ah non ti vedevo più, ti avevo lasciato lì. Guarda che faccia! Questa è pure dalle tue parti, ma non è l’Iran, non mi ricordo quale paese è, ma non è l’Iran. Forse è un Emirato, boh!

… Boh! Mi sembrano tutte eguali.

 

NosratIl giornale L’Ora quello che hai diretto tu, mi hai detto che è rilegato, i numeri che  hai diretto tu sono disponibili?

Anselmo: Sì, ma non rilegati, sono sfusi e polverosi

 

NosratSi può prenderli?

Anselmo: Sì, ci sono.  Devo avere lasciato le sigarette e l’accendi sigari lì al carrubo.

… Quindi, io vivo qua dentro, non … Dove vado?

 

Luisa: Questa è una stufa a legna?

Anselmo:Sì, questa d’inverno è fondamentale, sai di notte qui si arriva sotto zero, però guarda che sudicio che è qua. Questo non è che sia fumo, è il calore, il calore dei tubi,       ovviamente, il calore tende a salire, guarda che lavoro che fa.

 

                       [prende una cartella che contiene alcuni disegni e ce li mostra]

 

Ho fatto una cartella: Le donne del Belice. Si chiama? … Come si chiama?

Luisa: Totò Bonanno!

Anselmo: È morto pochi anni fa …

Luisa: Bonanno

Anselmo: Bonanno, Totò Bonanno, grandissimo amico mio, con lui abbiamo fatto una… eravamo molto amici con Totò Bonanno che era un grandissimo disegnatore, non so quanto buon pittore, ma sicuramente un grandissimo disegnatore, abbiamo fatto ‘sta cartella, che era molto bella, c’era la mia presentazione. Che casino che c’è in questa stanza! Va be!

 

NosratSu ispirazione del terremoto?

Anselmo: Sì, sì, ma qualche tempo dopo, non più di qualche mese, io sono stato lì tre mesi, quindi, a gennaio, penso che sia stato verso maggio o giugno.

 

NosratLeggi qualche riga? Riesci a leggerlo?

Anselmo: Io no, perché non ho gli occhiali:

[ quindi ci prova e legge]

 

È il dolente aspetto femminile che Totò Bonanno ha fissato nelle sue tavole, una disperata difesa della vita e dei suoi diritti che si anima in linee purissime nei figli che queste donne reggono fra le braccia, fagotti appena abbozzati nel seno gravido, queste donne non sono chiuse in un segno, ma pietrificate in un disegno arcaico che  senza falsi pudori stilistici e superando il sospetto retorico vengono colte nell’attimo in cui il gesto esplode scomposto e forte.

Modi di dire!

 

Nosrat: È questa carpetta?

Anselmo: No, queste sono le vecchie. Le donne coi bimbi ci saranno da qualche parte, visto che ne parlo. Ah, è bella questa donna qua, col suo ventre gravido.

Insomma, ci fu un momento di risveglio, almeno nella costa occidentale siciliana, dopo il terremoto. Insomma qualcosa voleva accadere, ma non accadde.

[Guardando le tavole di Bonanno]

 

Le case distrutte… boh! Credo che le due cose coincidano!

 

Luisa: È un autoritratto?

Anselmo: No, quello l’ha fatto Totò

 

Luisa: Totò Bonanno?

Anselmo: Sì!

 

Luisa: È il tuo ritratto, no?

Anselmo: Sì, e quello sotto l’ha fatto Emilio, Emilio Laguardia che oggi lavora al Messaggero

 

Luisa: E lì è Grazia con … ?

Anselmo: Con Giosuè. Anche questo l’ha fatto…, questo è carino, Nosrat, questo ….

[Ci mostra un fumetto, incorniciato e appeso a una parete della sua camera, realizzato da Emilio Laguardia, che lo ritrae con molta ironia]

 

Nosrat: Chi è? Di chi è?

È sempre Emilio,eh, eh, che, a  differenza di Noemi che dice papi, mi chiamava Babbo Anselmo [ride]mi sono sempre sforzato di stare vicino ai giovani, in realtà, soprattutto quando meritavano.[si siede in poltrona]

 

Luisa: Non lo conosco, Emilio come?

 

Anselmo: Emilio Laguardia, poi, come tutti i giovani, aveva fretta di far danaro gli dicevo:- Lavora, guarda che sfondi, no! È andato a fare il grafico al Messaggero a Roma .

 

 

[Seduto dietro la scrivania dove è posto il suo computer  prende un foglietto tra le mani sul quale aveva precedentemente annotato degli appunti. Si rivolge a Nosrat]

 

Fatti da parte, no, non riprendermi in questo momento, volevo annotare, dico da annotare il sentimento che io ebbi quando uccisero sia Mario Francese che Pippo Fava. Ti devo dire, ti devo confessare che il primo sentimento fu di stupore, stupore per che cosa ? Perché non sospettavo, non immaginavo che si potesse morire perché si faceva il proprio mestiere perché si faceva bene il proprio lavoro, perché si faceva onestamente il proprio lavoro e questo per me è stato traumatico e rivelatore. Traumatico, appunto, perché chi si è sforzato di far bene il proprio lavoro con onestà e assoluta e totale sincerità, con grande rispetto per     la verità, per la verità che tu conosci, per la verità che tu immagini  che sia quella che conta, quella autentica, va bene,  possa subire una fine, un…  un rimprovero talmente violento da togliergli la vita.

Perché dico rimprovero, perché era un esempio che si voleva dare agli altri anche, quindi    come si fa a scuola, si rimprovera un ragazzino perché poi tutta la classe ne prenda atto e tutta la classe si adegui a quel rimprovero, così è stato per le morti di questi due giornalisti: c’era un rimprovero che la società siciliana e non soltanto quella mafiosa, muoveva a due persone che si sforzavano di appurare la verità, di dire come stavano le cose al di là delle apparenze.

E questo era traumatico, perché ti accorgevi di vivere in un ambiente, in una realtà, in una   società che non accettava la verità e che non voleva scoprire se stessa com’era, e che reagiva nella maniera più violenta,  più crudele, più inimmaginabile, cioè togliendo la vita a una persona, a due persone in questo caso, ecco perché [] di questo argomento,  per dire anche di Pippo Fava. Fu una cosa che mi colpì molto, mi diede questa sensazione, che tutto sommato, chi voleva la verità, lavorava in un ambiente ostile, terribilmente ostile, che non era soltanto l’ambiente dei mafiosi. Ma era tutto l’ambiente, era tutta la realtà siciliana che si ribellava alla verità, che non la voleva conoscere. E questo per quanto riguarda, per quanto riguarda queste due morti.

[Guarda il foglietto su cui aveva preparato il promemoria]

Poi, una cosa che mi riguarda, invece, personalmente era questa: questo sentirsi diviso tra il testimone della realtà e la necessità di essere tribuno, cioè di parlare della realtà, di dirla agli altri al di là dell’articolo che potevi scrivere su un giornale ubbidendo a tutte le alchimie che fanno parte del mestiere di giornalista, perché non è detto che il giornalista possa scrivere   tutto e sempre senza dover fare i conti con qualcuno. Non qualcuno esterno al suo lavoro,      ma qualcuno interno  al suo lavoro.

E, quindi, il tribuno è quello che invece può parlare con grande franchezza dicendo quello che crede, quello che sa, quello che ritiene di avere capito e questa è stata una grossa tentazione che mi ha portato anche a prendere posizioni politiche a non iscrivermi mai a un partito perché  detesto tutto ciò che è burocratico, organizzato, in cui ci sono vertici, perché tutti i vertici a partire da quello più basso ad arrivare a quello più in alto quasi sempre hanno un solo scopo quello di farti stare zitto, di accettare la loro versione delle cose che non  sempre è quella che tu conosci e quello che tu vuoi raccontare.

Un’altra battaglia importante che si fece in Sicilia, insieme alla battaglia contro la mafia fu   una battaglia che forse fu in parte strumentalizzata dalla politica, ma la cosa non è importante, fu quella contro l’installazione dei missili, non so se ti ricordi, i missili Cruise a  Comiso in un momento di frizione internazionale molto accesa. Quella fu una cos  importante, però che non ebbe grande rilievo, ma che segnava un discrimine tra  un  atteggiamento di remissività nei confronti delle ragioni della guerra e dell’equilibrio del   terrore e invece il rifiuto di questa logica orribile. Qual era quello: tu non mi puoi distruggere perché se tu distruggi me, io distruggo te anche questo fu fatto in Sicilia.

Però, non ha mai trovato una qualità narrativa importante,  una qualità narrativa significativa. Ci è stato raccontato come un diverbio politico, tra partiti, non come una presa d’atto della coscienza civile siciliana come invece io ritengo ce sia stato. c’est tout

 

            NosratC’era un altro argomento, anche, oltre Comiso, Fava…..

            Anselmo: No, va bè, del resto ne abbiamo più o meno parlato, no, non ha importanza. Cioè, volevo dire, a proposito di Comiso che Comiso non è molto diverso da quello che sta accadendo e che forse è accaduto e forse non accadrà più considerata la piega che hanno preso le cose a Lampedusa . Cioè questo rifiuto di una logica che la Sicilia nonostante tutti i suoi difetti non sembra disposta ad accettare questa logica leghista, questa logica della difesa         delle radici, ma di quali radici stiamo parlando, in Sicilia questo è molto più evidente che    altrove noi siamo credo il popolo più sdradicato, credo, che ci sia nel Mediterraneo proprio per la sua quantità di progenitori, per la sua enorme quantità di progenitori e quindi questo tentativo di trasformare Lampedusa in un baluardo contro l’invasione è una cosa che non ha diritto d’asilo in Sicilia, che contraddice fortemente, terribilmente la nostra cultura, la nostra piccola civiltà egoista se vuoi, ma comunque un sentimento molto forte, molto radicato nei siciliani che è quello di non accettare la preclusione perché quella gente ha un colore diverso, una religione diversa, noi abbiamo altre radici, non abbiamo radici miseramente  nazionalistiche o padane misere lo devo dire, misere radici, piccole radici noi abbiamo radici molto più profonde, più significative, e questa qualità, questa nostra peculiarità non è difesa dalla politica siciliana, vedi questo Lombardo, questo paladino del carroccio siciliano, dell’autonomia siciliana, della specificità siciliana, non ha capito proprio niente, non ha capito la cosa fondamentale che lui dovrebbe essere il più fiero oppositore di una Lampedusa fortilizio, di una Lampedusa avamposto sul mare contro i disperati non l’ha capito e non lo può capire perché prevalgono le piccole ragioni della sua piccola bottega politica a coté della orribile bottega leghista, Il tribuno, eccolo il tribuno, [ride]

 

NosratDei giovani giornalisti a cui hai dato spazio, quali ti ricordi, quali vuoi ricordare, quali continuano a seguire la traccia di un giornalismo diverso?

Anselmo: Ma, guarda, uno dei giovani giornalisti che all’inizio del suo lavoro ebbe rapporti con me perché cercai di farlo lavorare al Giornale di Sicilia riuscendoci in parte anche perché aveva grandi qualità ‘sto ragazzo, come ha dimostrato poi in seguito, è stato Gianni Riotta. Gianni Riotta che, devo dire, non dimentica mai di nominarmi anche sul Corriere della sera dandomi del mitico, anche di recente l’ha fatto. Gianni Riotta è uno per il quale io lottai al Giornale di Sicilia perché collaborasse al Giornale di Sicilia ma quando gli dissi:-  Guardate, questo è un ragazzo di valore, non dobbiamo lasciarlo scappare,… lo lasciarono scappare molto volentieri, non si saranno mai pentiti di questo. Ma tutto sommato è stato un bene per Gianni Riotta, come sarebbe stato un bene per me se avessi accettato le offerte di andare altrove, ma mi sentivo così, come dire, in debito nei confronti di quelli che ritenevo i miei doveri di siciliano solo che i doveri come i diritti in Sicilia non hanno molto senso, anzi, forse non hanno alcun senso.

 

Nosrat: Qualche bel ricordo? Un ricordo fotogenico, ecco?

Anselmo: [ride] no, ma i giovani sono stati sempre molto importanti anche quando ho fatto…

 

Nosrat: Ecco, parlami un po’ di queste … questi approcci  con la televisione…

Anselmo: Ma, la TV è stata una scoperta bellissima, si fece al momento in cui si alzò la febbre delle TV private, delle TV commerciali, a Palermo c’era questa piccola televisione, piena di grandi aspettative, probabilmente anche spropositate, era TRM  ed io andai a grandissima novità che era quella di ospitare delle persone durante il telegiornale sia persone addette ai lavori, sia persone che non erano affatto addette ai lavori, ma che avevano modo di dire la loro, di interloquire durante il telegiornale e, quindi, un’opinione dal basso. Cosa   che non si fa adesso oggi appunto si offre la poltrona, la tribuna, la parola al politico di turno che dice sempre le stesse sciocchezze senza neppure porsi il problema se è credibile, se non è credibile … Se la gente ha o non ha l’anello al naso e quindi ripete sempre le stesse sciocchezze, poco credibili, poco vere, propagandistiche, facendo un cattivo servizio a se stesso e alla collettività. No, persone che invece avevano il problema di stare nella realtà, giorno per giorno quotidianamente e che quindi poneva problemi, questo fu un esperimento molto interessante.

Poi c’era anche la possibilità di fare, io feci una cosa che mi divertì moltissimo, una laude in periodo natalizio, si pensava:- Come festeggiare questo Natale?

Era il primo anno di attività di questa televisione allora io non lo so, forse per le mie origini culturali parruccone, mi inventai una laude, la laude però era una laude medievale autentica, non di mia invenzione. E la interpretammo non come se fosse un teatro, ma nel concreto, nel reale, in giro per alcuni paesi della Sicilia, facendo qua e là la rappresentazione della laude.Forse si è persa questa cosa, ma era divertente, era molto interessante, specialmente come esperimento fatto intorno agli anni ’70 non ricordo, non so non mi ricordo più quando le TV  private ebbero spazio il periodo in cui nacquero alcuni mostri e la televisione era uno strumento eccezionale, eccezionale, come il cinema d’altra parte…,

 

Nosratper la sua sintesi!

Anselmo:sì, era una cosa interessante, poi mi divertivo moltissimo a mettere, a infilarci in spettacolini così più o meno divertenti, fatti da comici locali, però erano bravi, anche. Devo dire, non lo so … le sinfonie di Mahler, sembrava un pugno nell’occhio però provocatorio si facevano molte cose provocatorie, adesso non se ne fanno più di provocazioni no tranne le cose leghiste quelle sono provocatorie.[ La video camera esce dalla stanza] Dove sei? Nosrat è scomparso, si è perduto nei meandri della casa. È scomparso, forse sta giocando a nascondino, ma non ce lo ha detto.

Luisa:

Anselmo: No è un disegno è una china è bella vero?

Luisa: Mi ricordo di Muzzi Loffredo!

Anselmo: Sì, Muzzi Loffredo era una grandissima… sì è una bella fotografia perché Muzzi era molto bella, non la vedo da un sacco di anni, non vedo più nessuno…Non mi ricordo .

 

[Apre un cassetto,  rovista il contenuto e tira fuori delle bobine di pellicole]

 

Decine e decine di pellicole però non possiamo vederle, a parte che queste non sono sonorizzate.

 

Nosrat:  Cosa sono queste?

Anselmo: Questo è un documentario sul Mediterraneo, era un lungo viaggio in barca saltando da una barca all’altra…, guarda qua come si fa a vederlo? 16 mm.

NosratIn che anno è stato fatto?

Anselmo: È stato fatto nel ’78 con precisione te lo posso dire perché mi ricordo le ragioni per cui feci questo documentario, ma sono alcune centinaia, molte centinaia di metri questo documentario era lungo era un mediometraggio perché era lungo 35minuti.

 

NosratÈ stato fatto su commissione?

Anselmo: Sì , era una TV straniera quando ancora le TV non giravano con le telecamere, ma giravano con la celluloide.

 

NosratCome si intitolava?

Anselmo: Boh! Si intitolava…si intitolava credo che c’entrasse Madre Mediterraneo, qualcosa del genere no Mere Mediterranee è quello della Padovani, boh! non me lo ricordo .

 

Nosrat:  Girato in 16 mm?

Anselmo: con una Bolex  ma era faticosissimo perché c’erano tutti i problemi di sincropilota, di sincronizzazione del sonoro, una cosa che oggi non sta più né in cielo né in terra grazie alle telecamere, la dimensione della telecamera è, direi, fondamentale. Ma io ho un sacco di macchine fotografiche, di cineprese ero un po’ maniaco. Fondamentalmente lo sai che ero? Ero un irrequieto.

 

NosratUn eclettico e irrequieto!

Anselmo:Sì, molto irrequieto.  C’era qualcosa di infantile in tutto questo ed è come se a un certo punto della mia vita mi fosse venuto il ghiribizzo di soddisfare tutte le curiosità     infantili, quindi dipingevo, suonavo…

 

Nosratcammina un po’ dentro la stanza, poi,  se vuoi ascoltare  della musica

Anselmo:Ah! sì, quella mi pare una buonissima idea quella di mettere un po’ di musica gli diamo un sonoro, la prendiamo dal computer prendiamo  Satie?

 

[Mette Gnossiennes di Erik Satie,toglie dal letto la carpetta con le tavole di Bonanno, si avvicina al tavolo rotondo, sistema le foto prende il libro del figlio]

 

vedi questo? Questo è un libro di Giosuè che è stato tradotto alcuni giorni fa in Francia. Lui ha molto successo in Francia Conte du Bidonville io sono molto fiero di questo figlio!

 

Nosrat: Giosuè, ho letto il primo lavoro.

Anselmo: mi piace moltissimo come scrive, il suo stile così privo di regole, così poco ortodosso.

 [Guardando le foto sul mobile all’ingresso della stanza]

Vedi, qua c’è tutto il mio passato e il mio presente ci sono i miei genitori, i miei figli, i miei nipoti,  la mia prima fotografia di quand’ero bambino con  mia madre, commovente mia   madre col cappello, guarda, mia madre col cappello e mia sorella col fiocco sulla testa [ride] il piccolo, sì sono io erano gli anni Trenta

 

Nosrat: Questo è tuo padre?

Anselmo: No, questo è mio zio. Questo è mio padre, nella foto piccola e quella è mia madre, che era una donna bellissima…

Luisa: assomiglia a Grazia, pensavo fosse Grazia!

Anselmo: …E lì aveva sessant’anni, eh?

Luisa: Assomiglia a Grazia, mi pareva il ritratto di Grazia.

Anselmo: lo sapevo già, [ride]

Luisa: ero convinta che fosse Grazia

Anselmo: normale vicenda [ride]

 

NosratSe vuoi andare di là io ti seguo con la telecamera…

Anselmo:Vado?

 

Nosratsì, cammina! cammina!

Anselmo: [apre una finestra del salotto] uuh! Che brutto tempo peccato, ché da qui si vede Palermo benissimo, il mare.

Ah , ecco guarda la locandina, l’originale di uno spettacolo della Nuova Compagnia del Sarto, io gli dissi che era un capriccio, un capriccio in un tempo, e questo disegno erano le scene di  di… sempre di Emilio, erano molto belle queste scene, gliele avevo suggerite io,     questi erano degli archi  che servivano per entrare e uscire e, come vedi, sono come l’abside della cattedrale o del duomo di Monreale e questo era, non so come si chiamano ‘ste cose che portano in giro durante le processioni, questi vessilli, va non so come chiamarli, e piuttosto che il Cristo, c’era un dio pantocratore che assomigliava molto a Carlo Marx però

 

NosratDove l’avete fatto questo?

Anselmo: Questo è stato fatto dove? Il testo era di Franco, alla Palazzina Cinese 14 luglio di non so quale anno. Era una cosa molto divertente, perché ad esempio avevo chiesto ad una amica mia che era campionessa di, credo, di pallavolo, sì  di mettersi insieme ad alcune altre ragazze che giocavano a pallavolo e di fare delle evoluzioni ginniche molto divertenti, non  mi ricordo per quale motivo c’entrassero, però c’entravano, m’era piaciuto quello spettacolo, l’avevo fatto io. Quante cose ho fatto che non mi sono piaciute, questa invece mi era piaciuta.

Il pianoforte adesso serve per le evoluzioni dei miei nipoti più piccoli, che vengono qui din din. Tutti i miei figli studiavano musica guarda che brutta giornata.

 

 

NosratOltre  Satie quali musicisti del ‘900 ti piacciono?

Anselmo: Mi piacciono Bartok e Stravinsky che sono i grandi innovatori

 

NosratStravinsky passò da Palermo, che cosa ti ricordi, sei andato a ascoltarlo?

Anselmo: Sono andato ad ascoltarlo. Non so, adesso, nel Duemila che ci sia di nuovo, ma non mi pare di sentire belle cose, cioè si cerca, ancora si  sta cercando. Il Novecento spesso cercò e talvolta trovò il Duemila, va be che è giovanissimo, ma siccome tutti parlano del’900 come se fosse una cosa ormai lontano, il ‘900, queste sono idee del ‘900, la lotta di    classe, idee novecentesche , che differenza passa tra Luca di Montezemolo e un disperato del cantiere navale? [Ride] nessuna, Luca di Montezemolo è il frutto della meritocrazia è uno che si è meritato di diventare Luca di Montezemolo quello del cantiere navale invece ha molto demeritato, perché ci ha saputo fare….. Ma tu vivi bene a Palermo, Nosrat? Adesso ti interrogo io!

           

[Qui Nosrat spegne la telecamera e termina la ripresa ]

 

Noi ci intratteniamo ancora un po’ a conversare piacevolmente con Anselmo Calaciura

Venerdì 15 maggio 2009

 

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SCHEDA

TITOLO: Anselmo Calaciura. Sotto il carrubbo

DI: Nosrat Panahi Nejad

CON: Anselmo Calaciura, Giosuè Calaciura

ASSITENTE E FOTO DI SCENA:Luisa Mazzei

FOTOGRAFIA, AUDIO, MONTAGGIO: Nosrat Panahi Nejad

MUSICA: Erik Satie, Gnossiennes, n.1, n.3; Rinbert de Leeuw, Philips, 1998

DURATA: 56 minuti

PRODUZIONE: Luisa Mazzei  Nosrat Panahi Nejad, Palermo 2010